Caro direttore, sento i vincitori del No vantarsi perché sostengono che il voto sul quesito referendario è stato un segnale politico contro il governo. Significa che la riorganizzazione della magistratura non c'entrava per nulla? Significa che i magistrati schierati continueranno ad indagare impunemente su cittadini e politici simpatizzanti dell'area ideologica avversa, per poi risultare estranei alle accuse? Sembra che a lor signori non interessi la buona giustizia per i cittadini onesti, ma tutte le occasioni per arrivare ad acciuffare il potere.

Leonardo Agosti

Cadoneghe (Pd)

Caro lettore, la delusione o l'irritazione per un risultato elettorale negativo sono comprensibili. Di questi sentimenti, particolarmente diffusi a Nordest dove il Sì ha invece prevalso, sono testimonianze le numerose lettere che abbiamo ricevuto ieri. Tuttavia di fronte a una sconfitta politica così netta, e da molti inattesa, il centrodestra e i suoi elettori, invece di recriminare o di polemizzare con gli avversari, dovrebbero piuttosto interrogarsi sulle ragioni di questo risultato e di come sia maturato.

Partiamo da una premessa. Le condizioni di partenza per il Sì non erano affatto sfavorevoli. Fino a 2-3 mesi i sondaggi lo davano in vantaggio di oltre 10 punti sul No. La riforma della giustizia votata dal centrodestra aveva il consenso di esponenti autorevoli anche del centrosinistra. La popolarità della magistratura, complici anche alcuni casi di cronaca recenti (dal delitto di Garlasco alla famiglia nel bosco), era certamente assai distante dai livelli record del 1992. Ma tutto questo non ha impedito che al referendum, nonostante l'impegno personale di Giorgia Meloni nelle ultime due settimane, il No abbia staccato di 8 punti percentuali il Sì. Come mai?