Il "No" vince la sfida del referendum, la giustizia non cambia, con la scusa della Costituzione "intoccabile". E a giudicare dalle reazioni delle opposizioni, non cambia nemmeno la sinistra, che continua a scambiare le elezioni di qualunque tipo come verdetti insindacabili di natura politica.
Il voto sulla separazione delle carriere e il Csm, è innegabile, politico lo è stato. Da intendere però come "ideologico", come tutti i confronti muro contro muro. Giorgia Meloni da settimane ha messo in chiaro che non si sarebbe dimessa in caso di sconfitta, e lo ha ribadito anche nel pomeriggio. Eppure c'è chi nel Partito democratico azzarda: secondo Paolo Romano, consigliere lombardo molto in vista nei talk televisivi, la premier dovrebbe "chiedere scusa e dimettersi", appunto. Dimostrando così di aver capito poco o nulla della posta in gioco. Non è un caso che la sua capa, Elly Schlein, si limiti a sganciare qualche slogan ("La batteremo alle elezioni") mentre Giuseppe Conte, leader del M5s, ritiri fuori la carta dell'"avviso di sfratto".
Per Nicola Fratoianni, leader di Sinistra italiana e deputato di Avs, "da qui in avanti cambia il vento, cambia la musica e si comincia a guardare il prossimo obiettivo che è quello delle elezioni politiche, lo guardiamo con un tutt'altro spirito". Nel campo largo, insomma, hanno già fatto partire il conto alla rovescia sebbene, tra "formula-regionali" e, immaginiamo, "formula-difensori della Costituzione", equilibri e assetti della maggiorana appaiono ancora fragilissimi e incerti.











