È evidente da tempo che nei referendum il No è destinato a prevalere perché esso, nella sua schematica semplicità, prescinde da un autentico confronto sul merito, cavalca un rifiuto che ha mille motivazioni diverse e nel nostro caso, quello del referendum sulla riforma della giustizia, ha potuto costruire in questo modo uno schieramento ampissimo composto anche da una larga fascia di astensionismo tradizionale che è andato dai giovani pro-Pal ai centri sociali fino, attraverso una serie di forze intermedie, a moderati come Franceschini, Casini e Mastella. Su tutto ciò l’Anm ha innestato la sua battaglia politica frontale cavalcando lo slogan fondato su una falsità, cioè su una inesistente difesa della Costituzione perché al centro dello scontro ci sarebbe stato l’obiettivo di tradurre la separazione delle carriere nella subalternità dei pubblici ministeri all’esecutivo. Tutto ciò era negato dall’articolo 104 contenuto nella riforma ma quasi nessuno lo ha letto o preso in considerazione. Mentre, come vedremo, è del tutto aleatorio che il No si possa aggregare in uno schieramento alternativo di governo, il rischio più concreto e immediato, viste anche le reazioni che ci sono state, è che il tutto si traduca in un rilancio del “partito dei giudici” con la sua assoluta prevalenza nei confronti non solo del governo ma anche del Parlamento. Sul piano dell’esercizio della giurisdizione e della gestione interna alla magistratura, questo è destinato a tradursi nell’accentuazione del potere dei pm nei confronti dei gip (la subalternità di questi ultimi è già oggi largamente praticata) e nella conferma del potere delle correnti dell’Anm sul Csm e attraverso di esso sulla politica.