Il risultato del referendum, unito a qualche fisiologico incidente di percorso di un governo che è già oggi uno dei più longevi della storia repubblicana, ha ringalluzzito la sinistra. Che già si immagina nella stanza dei bottoni, fosse pure sotto la forma di un governo “di scopo” o qualche altra astruseria politico-tecnica che la creatività italiana si inventerebbe nel caso in cui dalle politiche del prossimo anno non uscisse una maggioranza chiara. E pazienza se è stata proprio la ritrovata stabilità di un governo tutto politico ad aver ridato credibilità e peso all’Italia nel contesto internazionale!
A tutti è lecito sperare, per carità, ma è proprio in questi momenti che viene fuori la più propria natura dei compagni: credendo il vento in poppa, insistono sui più classici motivi del loro repertorio, quelli che li hanno allontanati negli anni passati da buona parte dell’elettorato. Riaffiora così la mentalità dirigista, l’idea di tutto normare e regolare, di tassare tutto quel che è tassabile, di redistribuire le sempre più scarse risorse di un paese il cui primo problema dovrebbe essere per tutti la crescita e la scarsa produttività. Ricompare persino, e non solo fra i pentastellati, l’idea di riempire di bonus, sussidi, “salari minimi” e “redditi di cittadinanza” le tasche degli italiani, proprio ora che con gran fatica siamo riusciti a neutralizzare gli effetti perversi che avevano avuto sui conti pubblici quelli introdotti dai governi Conte.






