F. A.

Venezia

Caro lettore, il risultato del referendum si presta a molte letture. E ci sarà modo nei prossimi giorni di valutarne meglio gli effetti. A partire dalle prossime mosse del governo, in particolare per ciò che riguarda un'altra riforma importante: quella elettorale. Ma un fatto mi sembra sicuro: dopo la bocciatura della riforma della Giustizia, un prossimo presidente del Consiglio ci penserà due volte, e forse anche tre, prima di sottoporre al voto popolare una legge che modifica la Costituzione. Decisamente non porta bene.

A Matteo Renzi, il referendum sulla riforma costituzionale costò, anche per l'alterigia con cui lo affrontò l'allora premier, la guida del governo. A Giorgia Meloni l'esito negativo del voto referendario di domenica e lunedì costa una sconfitta, la più pesante da quando il centrodestra a guida FdI è alla guida del Paese, che, se non mette a rischio la sua premiership, sarà però inevitabilmente carica di conseguenze, anche se forse non immediate.

Comunque lei ha ragione: convincere gli italiani a modificare la Costituzione, quando non c'è in Parlamento e nel Paese un'ampia condivisione, non è semplice. Né per la destra ma neppure per la sinistra. Non perché i nostri concittadini amino particolarmente la Costituzione. Per amare qualcosa o qualcuno bisogna conoscerlo a fondo e non mi pare che questo sia il caso. Né credo che molti siano convinti che la nostra Carta sia, come ama ripetere una certa retorica, la "più bella del mondo". Credo che la ragione sia molto più semplice e immediata: quei 139 articoli che la compongono vengono vissuti come un elemento di certezza e di stabilità. E quanto valore possano avere questi concetti in una fase storica di grandi incertezze come l'attuale non è difficile da immaginare. Anche questa credo che sia una lezione da tener presente.