Anche a costo di sbagliare, scambiando lucciole per lanterne, o preferendo l’ottimismo della volontà al pessimismo della ragione, ho avvertito un mezzo sì referendario, o una forte tentazione del sì, in un’analisi fatta di recente da Walter Veltroni, sul Corriere della Sera, in vista del voto del 22 e 23 marzo sulla riforma costituzionale della magistratura.
Egli ha condizionato l’esito della riforma all’astensionismo, pur essendo notoriamente il referendum, perché confermativo e non abrogativo, esente dalla quantità di partecipazione al voto. Esente cioè dal cosiddetto quorum, che condiziona la validità del risultato all’affluenza alle urne della metà più uno degli aventi diritto al voto per abolire una legge ordinaria, o parte di essa. Nei referendum su modifiche alla Costituzione, come questo sulla magistratura, basta qualsiasi affluenza, anche modestissima, per la conferma o la bocciatura.
Veltroni naturalmente tutto questo lo sa benissimo. Se ha scommesso lo stesso sulla capacità ora di attingere voti nell’area dell’astensionismo è perché essa è ormai diventata maggioritaria. Alimentata non più dal radicalismo di una volta - non quello certamente di Marco Pannella - che non era interessato ad avere neppure una rappresentanza parlamentare. Ma da un moderatismo che non si riconosce più, considerando l’evoluzione del bipolarismo in Italia, né nel centrodestra né nel versante opposto che per abitudine chiamiamo centrosinistra.







