Questo benedetto referendum sulla magistratura - maledetto, secondo gusti e interessi, sui quali mi soffermerò - si sta rivelando molto più complesso, e insieme divisivo, di quanto non abbiano tentato e stiano tuttora tentando le opposizioni riducendolo a uno scontro col governo. Nella presunzione, o illusione, di poterlo battere più facilmente scommettendo sulla vittoria del No come propiziatrice della partita elettorale successiva. Alla quale le opposizioni sono non impreparate ma impreparatissime per i loro contrasti sul programma, peraltro neppure delineato per sommi capi, e sul candidato a Palazzo Chigi. Che di solito, nel sistema non più proporzionale della cosiddetta prima Repubblica, viene proposto o indicato prima del voto, non definito dopo con le solite operazioni, interne ed esterne, di partiti e palazzi.

La complessità del referendum, che ne fa un po’ un mosaico, si vede nelle divisioni che esso ha provocato all’interno delle due, principali categorie di operatori, chiamiamoli così, interessati alla separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri e a tutto quello che ne potrà o dovrà conseguire. Operatori che non sono solo gli stessi giudici e pubblici ministeri ma anche gli avvocati. I magistrati schieratisi per il Sì, contro le scelte e indicazioni della loro associazione “privata”, come sottolineano convergendo persone diverse come l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli e l’ex magistrato simbolo della stagione di Mani pulite, Antonio Di Pietro, sono mossi non solo da motivi di principio, o persino ideologici, ma da interessi personali legittimi. Che sono quelli di potere fare finalmente carriera per i loro meriti, di cui evidentemente sono sicuri, tanto da scommettervi, e non più per le loro appartenenze correntizie. Di correnti magari ch’essi hanno già rifiutato in blocco pagandone come conseguenza la marginalità professionale, o qualcosa del genere. La forza di questi magistrati sarà, magari, ininfluente per il loro numero ai fini del risultato referendario, ma potrà rivelarsi decisiva per la Giustizia nella formazione, che potrebbe seguire il voto, dei due consigli superiori della magistratura. E dell’Alta Corte di disciplina.