E i fatti? Marginali: prima si costruiscono le ipotesi accusatorie, poi qualcuno, nel caso, adatterà le prove. Questa riforma assomiglia a una dieta sbagliata: si parte con l’idea di curare un problema e si finisce per peggiorarlo. Non migliorala vita dei cittadini: non accelera i processi, non rafforza la difesa, non introduce risorse o personale nei tribunali, non riduce la burocrazia. È una riforma della magistratura, non della giustizia. Una bandiera ideologica già in parte svuotata dalla riforma Cartabia. Si interviene, per di più, a colpi di maggioranza sulla Costituzione. Quella Carta che Calamandrei definiva il «testamento di centomila morti». Una Costituzione che affida a meccanismi elettorali la scelta dei titolari di organi dotati di poteri enormi e che certamente non ha mai previsto che sia la sorte a decidere. Tra l’altro, la separazione delle carriere, nei fatti, esiste già. La domanda allora è semplice: perché mettere mano all’architettura costituzionale invece di affrontare i nodi reali della giustizia italiana che, nel suo complesso, resta sana e credibile? La prescrizione, l’organizzazione degli uffici, la qualità dei protagonisti del processo, l’accesso alla magistratura, forse troppo precoce. Nei Paesi spesso indicati a modello, come l’Inghilterra, i magistrati arrivano alla toga dopo anni di esperienza reale nei tribunali, maturata come barrister. Qui, invece, si vorrebbe importare solo ciò che fa comodo, tagliando fuori il resto. Ed è questo il nodo che il dibattito pubblico rimuove. Il problema non è solo la separazione delle carriere, ma la saldatura organica e duratura tra pubblico ministero e polizia giudiziaria. Un rapporto che crea fedeltà, favori personali e catene di comando informali.
Un sì alla Meloni, un no al referendum. Sbagliato trasformare la chiamata alle urne in un test di fedeltà politica
Giustizia a sorte. C’è un equivoco tanto comodo quanto perfidamente diffuso sul referendum in materia di giustizia: trasformare la chiama...







