Il caso del gruppo Facebook “Mia moglie”, all'interno del quale uomini condividevano immagini intime delle proprie mogli, fidanzate e partner o di donne ignare per offrirle alla violenza digitale dei 32mila utenti che lo componevano è solo la punta dell'iceberg. Uno dei tanti gruppi online, su piattaforme social o di messaggistiche, dove foto e video intimi di donne vengono condivisi senza consenso e diventano oggetto di violenze e abusi. A dare il polso di questa situazione è il numero di segnalazioni sul gruppo Facebook “Mia moglie” e su altri gruppi analoghi che sono giunte alla Polizia postale.Il punto sulle indagini"Mai come in questo caso abbiamo ricevuto segnalazioni, 2.800 sul primo gruppo e circa 300 su una decina di altri gruppi analoghi. E le segnalazioni continuano ad arrivare”, spiega a Wired Barbara Strappato, dirigente della Polizia di Stato e direttrice della prima divisione del servizio Polizia Postale e per la sicurezza cibernetica. Le autorità stanno monitorando la situazione. E il flusso degli utenti dal gruppo chiuso ai successivi a cui sono approdati, per ora molto più piccoli per numero di iscritti e taluni soggetti all'approvazione dell'amministratore per potervi accedere.Le indagini vanno avanti e non appena Meta avrà fornito alla procura tutti i dati sugli utenti del gruppo “Mia Moglie” si potrà procedere con azioni mirate. Chiosa Strappato: "Al momento non risultano ancora querele, ci vorrà del tempo. Qui ci sono di mezzo rapporti coniugali e figli, è difficile per le donne, anche se vittime di reati gravi, passare all’azione. E peraltro anche chi ha saputo della circolazione di immagini sulla propria persona non ha accesso ai dati quindi non è in grado di valutare l’entità del danno e del reato. Sappiamo che molte donne che hanno il sospetto di essere vittime si sono rivolte ad associazioni e stanno valutando il da farsi”.Il fallimento degli algoritmi“La vicenda del gruppo “Mia Moglie” su Facebook è la prova provata che il sistema algoritmico dei social network ha fallito", dice a Wired Marisa Marraffino, penalista esperta di privacy e reati in rete. E aggiunge: "Ma soprattutto ora non bisogna relegare la questione a gossip estivo. È necessario andare avanti per tentare di portare a processo chi ha commesso reati seri e gravi come quello della diffusione di immagini pornografiche in rete”.Due sono le strade che l'avvocata individua come i prossimi passi da perseguire: “Si è letto di tutto di più, la questione culturale e il sostegno alle donne vittime hanno la loro importanza ma non bisogna sviare l’attenzione dalle azioni necessarie. Primo: la Polizia postale dovrà tentare il prima possibile di identificare i soggetti che appartenevano al gruppo, e si tratta di 32mila persone nascoste dietro nickname. Secondo: il caso italiano non è isolato e dunque è necessario portarlo sul tavolo della Commissione europea”.Violato il Digital Services Act europeoPer l’avvocata la vicenda sotto il profilo tecnico-giuridico presenta una serie di violazioni del Digital Services Act, il pacchetto europeo che regola i servizi offerti dalle grandi piattaforme del digitale. E in particolare ai sensi dell’articolo 34, dice Marraffino "secondo cui è necessaria la valutazione di rischio annuale da parte delle piattaforme digitali affinché venga evitata la pubblicazione di contenuti pornografici”, nonché dell’articolo 18 “che prevede la collaborazione delle piattaforme con le forze dell’ordine”.Il gruppo era attivo dal 2019, benché, a quanto risulta da una perizia di Facebook riportata da Wired, il popolamento con immagini intime sia iniziato a maggio 2025, e se è vero - a quanto risulta dalle prime indagini - che la diffusione di immagini a sfondo sessuale sia ascrivibile a tempi recenti, risulta altresì che il gruppo fosse già stato segnalato in passato ma che la chiusura sia avvenuta solo a seguito del clamore mediatico dei giorni scorsi.“I social network non hanno obbligo di vigilanza preventiva ma hanno il dovere e la responsabilità di evitare rischi massivi per la sicurezza degli utenti, come nel caso specifico del gruppo “Mia moglie” - insiste Marraffino -. Ci sono tutti gli strumenti tecnologici per bloccare questi contenuti e peraltro nei reati informatici il tempismo è fondamentale. Gli utenti possono cancellare i profili, cancellare dati da pc e smartphone, trasferirsi su altri social, e ci sono anche da considerare i tempi tecnici della data retention ossia della conservazione dei dati”.Marraffino ritiene opportuno che la Polizia postale contatti le vittime dopo aver identificato gli autori dei reati “altrimenti tutto finirà nel nulla. Per esperienza in casi di questo tipo la percentuale di querele è bassa e se le vittime non sanno nemmeno di essere tali allora il processo rischia di non essere mai celebrato. Quando la polizia avrà chiaro chi c’è dietro questi soggetti è auspicabile contattare le vittime per avvisarle che hanno sei mesi per sporgere querela per il reato di diffusione illecita di contenuti sessualmente espliciti, il cosiddetto revenge porn, tre mesi per gli altri reati e portare in tribunale chi li ha commessi”.Cosa fare in questi casi?Se sei vittima di violenza o hai bisogno di consigli e supporto, puoi chiamare il numero unico anti-violenza 1522: è gratis, opera 24 ore su 24, 7 giorni su 7. In alternativa, il sito ti consente di avviare una chat dedicata.Puoi rivolgerti a uno dei centri anti-violenza dell'Associazione Di.Re. (Donne in rete contro la violenza), qui c'è l'elenco regione per regione.Nel caso di condivisione non consensuale di immagini o video, il team di PermessoNegato può fornire supporto e risponde direttamente dal sito.