C’era chi aveva deciso di condividere una foto della fidanzata sdraiata a pancia in giù sulla spiaggia, nel gruppo Facebook “Mia moglie”, chiedendo “Che ne pensate?”. Chi, invece, aveva pubblicato immagini intime della propria compagna, pregando gli utenti di “andarci giù pesante nei commenti”. Scatti a volte rubati, quelli finiti nel gruppo Facebook aperto a tutti, dove le violenze non solo erano ammesse, ma incentivate, descritte, elogiate. Stupri digitali che avevano nel mirino mogli, partner e amiche, meglio se inconsapevoli.“L’abbiamo rimosso per violazione delle nostre policy”, fa sapere un portavoce del social network a Wired. Eppure, sono decine i canali in cui lo schema viene replicato, non solo su Facebook. Gli stessi amministratori del gruppo appena chiuso, poco prima di essere cacciati dalla piattaforma, hanno comunicato ai propri fan di essersi trasferiti altrove, “al riparo dai moralisti”. Per le vittime difendersi è possibile, ma le tutele legali non bastano “senza un’educazione alla cultura del consenso, che deve valere tanto offline quanto online”, spiega Nicole Monte, avvocata e vicepresidente di PermessoNegato, un’associazione no-profit che fornisce supporto tecnologico e consigli legali alle vittime di violenze online.Il caso del gruppo Facebook “Mia Moglie”A sollevare il caso è stata la scrittrice Carolina Capria. “Ieri - ha raccontato su Instagram - mi è stata segnalata l’esistenza di un gruppo Facebook di 32mila persone nel quale i membri si scambiano foto intime delle proprie mogli per commentarne l’aspetto in modo esplicito e dar voce alle proprie fantasie sessuali”. Un gruppo in realtà creato nel 2019 che non metteva particolari barriere all’ingresso. Si chiamava “Mia Moglie” e bastava iscriversi per leggerne i contenuti. Post per lo più testuali, ma solo in apparenza: era tra i commenti che venivano nascoste decine di foto. Come apprende Wired da fonti di Meta, nel maggio 2025 alcuni utenti prendono il controllo del gruppo pubblico, creato nel 2019 da un utente di Facebook che non è più attivo sul proprio account personale dallo stesso anno e fino a maggio non era stato pubblicato nulla sul gruppo. Una sorta di takeover che apre la pagina alla violenza di gruppo.Dentro, si trovava di tutto. C’erano coppie di scambisti consenzienti, immagini sottratte o condivise con i partner dalle stesse donne, credendo che sarebbero rimaste private. In molti casi si trattava di foto scattate in momenti di intimità, ma non mancavano quelle che ritraevano scene di vita quotidiana: ragazze in costume, o pronte per una festa, che diventavano così oggetto delle più feroci fantasie. I volti erano spesso oscurati, ma altrettanto spesso non era difficile risalire all’identità delle vittime.Dopo le segnalazioni, anche da parte di Wired, la piattaforma ha preso provvedimenti. “Non consentiamo contenuti che minacciano o promuovono violenza sessuale, abusi sessuali o sfruttamento sessuale sulle nostre piattaforme”, ha precisato il portavoce, aggiungendo: “Se veniamo a conoscenza di contenuti che incitano o sostengono lo stupro, possiamo disabilitare i gruppi e gli account che li pubblicano e condividere queste informazioni con le forze dell’ordine”.Oltre FacebookEppure, i precedenti non mancano. Basti ricordare Babylon 2.0, un gruppo Facebook belga che contava 52mila iscritti, prima della chiusura imposta da Facebook dopo la denuncia di una blogger. In Italia il primo ad affrontare l’argomento, nel 2017, è stato il blog Il Maschio beta, tracciando un profilo degli utenti di questi gruppi. “I maschi che ne fanno parte - scrivevano gli autori - sono davvero nostri amici, colleghi di lavoro, magari familiari che scaricano le foto della sorella, o della fidanzata, per condividerle su gruppi dove degli sconosciuti dichiarano che ci si masturberebbero sopra”.Uomini talmente sicuri di quello che fanno da metterci a volte anche la faccia, senza nascondere nome e cognome. Per loro, il social di Menlo Park è uno dei tanti luoghi di babele dove ridurre il corpo delle donne a merce di scambio, ma non l’unico. Un esempio è un vecchio forum dedicato alla condivisione di foto che conta oltre 200mila utenti, due milioni di allegati e 400 milioni di download. Chiuso un canale, se ne apre un altro, magari adottando maggiori accortezze per evitare di essere scoperti. Un punto di riferimento è Telegram, dove il fenomeno diventa ancora più difficile da tracciare. In un monitoraggio realizzato nel 2023 PermessoNegato ha individuato sull’app di messaggistica 147 gruppi/canali attivi nella diffusione di materiale pornografico non consensuale. Nel 2019 su Wired pubblicammo un primo articolo sulla discesa nelle fogne di questi gruppi in cui uomini offrono allo stupro virtuale di gruppo immagini condivise intimamente dalle partner, ma anche screenshot da profili social, foto scattate sui mezzi pubblici, in spiaggia o lungo la strada. Era lo stesso anno in cui, secondo la cronologia della piattaforma della galassia Meta, apriva proprio il gruppo Facebook finito alla ribalta nelle ultime ore.Stupri digitali, conseguenze realiLe conseguenze per le vittime sono reali. La letteratura scientifica al riguardo è ancora agli esordi, ma i primi studi indicano che gli abusi, anche se commessi attraverso strumenti informatici, hanno sulla salute mentale delle donne un impatto simile alle violenze sessuali in carne e ossa, provocando disturbi post-traumatici da stress, ansia, profonda sfiducia nell’altro, depressione, fino - nel peggiore degli esiti - al suicidio.Se da un lato viene a mancare l’aggressione fisica, dall’altro due fattori rendono la diffusione di questo tipo di foto e/o video particolarmente traumatica per chi la subisce. Il primo riguarda la difficoltà di rimuovere il materiale dalla rete. Il secondo ha a che fare con il pubblico a cui si viene esposti: migliaia, se non milioni, di utenti.Come difendersiCome tutelarsi, quindi? “Il consiglio standard che viene dato alle donne è di rinunciare alle foto intime, ma non solo significa privarle di una libertà personale, è anche inutile: il problema va oltre il materiale scambiato”, avverte Monte. Nel caso in cui una propria foto finisca online senza consenso, il primo passo da fare, invece, è rivolgersi alla Polizia postale e al Garante della privacy. “La vittima - spiega l’avvocata - può denunciare sia l’autore della foto sia chi la condivide”.Va fatta però una distinzione. Quando si tratta di un contenuto sessualmente esplicito, le donne possono contare su una norma ad hoc, introdotta nel 2019. Battezzata Codice rosso, la legge 69 prevede il carcere da uno a sei anni e una multa da cinque a 15mila euro per "chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate". Viene punito anche chi minaccia la diffusione del materiale così come chi lo inoltra dopo averlo ricevuto con l’obiettivo di procurare un danno. Un’aggravante è prevista se la persona che commette il reato è, oppure è stata, legata sentimentalmente alla vittima.Situazione diversa se la foto non ritrae momenti di intimità, ma è stata scattata al mare, o a una festa. “In quel caso - prosegue Monte - si tratta del reato di molestia o disturbo delle persone, o nei casi più gravi di una violazione dell’articolo 167 del codice della privacy che prevede la reclusione da uno a sei mesi. Mentre per i commenti osceni si può procedere per diffamazione, minaccia o violenza privata”. Tutele legali che però si scontrano con una realtà di proporzioni enormi, che coinvolge migliaia di persone, spesso nascoste dietro dei nickname. Impossibile, inoltre, sapere cosa succede nelle chat Telegram, o WhatsApp. Così come è impossibile impedire la completa circolazione delle immagini una volta che sono state condivise. Ecco perché, secondo la vicepresidente di PermessoNegato, “serve una cultura del consenso, a maggior ragione online”.Il punto l’ha centrato Capria. “La gran parte degli uomini - ha scritto - non ritiene il consenso qualcosa di imprescindibile, qualcosa di fondamentale al rapporto. Anzi - e qui aggiungiamo un passaggio secondo me importantissimo - spesso a eccitare la sessualità maschile è proprio la mancanza di consenso e l’idea che si possa possedere una donna contro la sua volontà”. “È su questo che bisogna lavorare”, conclude Monte.Cosa fare in questi casi?Se sei vittima di violenza o hai bisogno di consigli e supporto, puoi chiamare il numero unico anti-violenza 1522: è gratis, opera 24 ore su 24, 7 giorni su 7. In alternativa, il sito ti consente di avviare una chat dedicata.Puoi rivolgerti a uno dei centri anti-violenza dell'Associazione Di.Re. (Donne in rete contro la violenza), qui c'è l'elenco regione per regione.Nel caso di condivisione non consensuale di immagini o video, il team di PermessoNegato può fornire supporto e risponde direttamente dal sito.
Il gruppo Facebook “Mia moglie”, dove 32mila uomini condividevano immagini intime delle partner, è stato chiuso, ma chi è vittima di queste violenze come si può difendere?
Il caso ha riacceso i riflettori sul fenomeno dei canali online dove gli uomini condividono e commentano le foto di compagne o amiche. Le vittime possono denunciare sia l’autore dello scatto sia chi lo diffonde, ma il problema è culturale












