Foto di donne rubate, pubblicate senza il consenso, commentate da sconosciuti con frasi da far accapponare la pelle. Due casi gemelli che sembrano simili — lo sono nella sostanza, la violenza digitale nei confronti di donne reali — ma che presentano differenze significative nella gestione, risoluzione e nelle conseguenze.

Da un lato quello del gruppo Facebook «Mia Moglie», dove sono state pubblicate le foto di mogli e compagne (ma non solo) ignare, esposte alla "fame" voyeuristica di 32 mila uomini. Dall'altro quello del sito web «Phica.eu» (originariamente conosciuto come «Phica.net») dove, nel marasma di immagini pornografiche, sono finite in mezzo tante donne ignare, comprese figure istituzionali, volti della tv, giornaliste.

Stesso problema, ma non stessa risoluzione. Perché chiudere il gruppo «Mia Moglie» era paradossalmente più semplice. Si tratta infatti di un "sottoinsieme" di Facebook, uno spazio virtuale che viene regolato da un'azienda privata — appunto Meta — che stabilisce delle regole al momento dell'iscrizione. Le accetti? Allora puoi usare i servizi del social. Le violi? Sei fuori.

Con una realtà come «Phica.eu», però, le regole d'ingaggio sono totalmente diverse proprio perché si tratta di un sito web. A meno di reati che sono segnalati alle autorità dove sono collocati i server che ospitano il sito, allora è più difficile richiedere la chiusura forzata o anche solo segnalare a dei moderatori come normalmente si può fare su un social. Senza contare che i siti web vengono "indicizzati" da Google, cioè le varie pagine che lo compongono vengono "pescate" dai sistemi del motore di ricerca e lì rimangono a disposizione di qualsiasi curioso finché non si chiede a Big G stessa di "de-indicizzarli". Un processo più complicato, macchinoso rispetto a quello che accade sulle (pur fallaci) piattaforme social.