Nessuna persona con qualche responsabilità pubblica può non dirsi woke oggi. La consapevolezza che segna il passaggio da woke 1 e woke 2 è che nessuno può permettersi di ignorare la minoranza più grossa, quella che non ha colore ma spesso vince alle urne. Se non ci si vuole limitare a un semplice “rebranding”, bisognerà pensare un’inclusività non escludenteNegli anni tra il 2015 e il 2023, la Walt Disney Company è stata la punta di diamante del cosiddetto “corporate activism”, l’attivismo delle multinazionali, con i famigerati disclaimer sui vecchi cartoni (Il libro della giungla), i casting multietnici (La Sirenetta) e la rappresentazione di famiglie arcobaleno (Lightyear). È bastato il cambio di regime alla presidenza degli Usa, assieme ad alcuni flop rumorosi, per segnare un drastico cambio di passo. Come Disney, tante altre multinazionali amerRaffaele Alberto VenturascrittoreVive a Parigi dove collabora con il Groupe d'études géopolitiques e la rivista Esprit. Ha esordito con il libro Teoria della classe disagiata (minimum fax 2017).
Passare dalla fase 1 alla fase 2, la morte del woke è molto esagerata
Nessuna persona con qualche responsabilità pubblica può non dirsi woke oggi. La consapevolezza che segna il passaggio da woke 1 e woke 2 è che nessuno può permettersi di ignorare la minoranza più grossa, quella che non ha colore ma spesso vince alle urne. Se non ci si vuole limitare a un semplice “rebranding”, bisognerà pensare un’inclusività non escludente














