di Alessandro Volpi

Non facciamo che parlare di woke in questi ultimi giorni. Non serve ricordare, perché lo sanno anche i sassi, che l’input è arrivato da una frase di Alexandria Ocasio-Cortez, che – come ha detto Davide Piacenza nella sua newsletter – è stata allo stesso tempo riportata approssimativamente da alcuni giornali e negata – gaslighting, dice giustamente e ironicamente lui – da altri commentatori.

Il dibattito sul woke, infatti, si muove da sempre, così come quello su altri temi quali il “gender”, fra la stereotipizzazione che di solito viene fatta dalla destra e la negazione da parte di una parte della sinistra radicale. Oggi tutti corrono sul carro del vincitore a dire che dobbiamo tornare indietro sugli eccessi del woke: addirittura Chiara Valerio e un Matteo Renzi senza vergogna, che dice pure che bisogna pensare ai diritti sociali.

Se questi riposizionamenti sono ridicoli, ci sono alcuni temi che meritano attenzione, perché il woke non è stato quello che la destra ci ha detto fosse, ma di certo esiste e ha prodotto effetti politicamente problematici. E qui serve subito una precisazione: con woke non dobbiamo intendere genericamente le lotte per i diritti civili, il riconoscimento delle minoranze, le trasformazioni culturali e sociali. Al contrario, dobbiamo riferirci ad una specifica forma che queste lotte hanno assunto nell’Occidente tardo-capitalista, caratterizzata, tra le altre cose, dalla moralizzazione dei conflitti politici, dalla regolazione dei comportamenti e del linguaggio e dalla loro facile integrazione nelle strategie simboliche del capitalismo contemporaneo.