Il 21 agosto Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle ed ex presidente del Consiglio, ha parlato di cultura woke in una lettera a la Repubblica, ripresa dal Corriere. La domanda che si pone è se quella cultura possa costituire l'ossatura ideologica di una forza progressista, e la risposta è che ne dubita: sarebbe diventata “una sorta di religione morale autoreferenziale”, e costruirci sopra l'azione politica sarebbe un errore di strategia. Prima di arrivarci ne riconosce i meriti, dall'allargamento del concetto di giustizia a un linguaggio più rispettoso, fino a spazi e pratiche di riconoscimento entrati nei luoghi di lavoro, nelle università e nei media. Poi segnala alcuni eccessi. Prese da sole, le sue dichiarazioni sono una posizione politica legittima, argomentata con più sfumature di quanto i titoli lascino intendere. Lo stesso giorno Matteo Renzi, leader di Italia Viva, ha scritto su X e poi sempre su Repubblica che l'ubriacatura woke fa male alla sinistra, che chi in questi anni aveva provato ad affermare le ragioni del buon senso era stato insultato, e che il tempo è galantuomo. Lo riconosce persino Alexandria Ocasio-Cortez (deputata democratica di New York e volto più noto dell'ala sinistra del partito, la stessa che nel 2018, a 29 anni e da barista, aveva strappato il seggio a un vertice dei democratici alla Camera), scrive Renzi a sostegno delle sue affermazioni, facendo riferimento a un intervento della deputata Dem.