Cultura 24 agosto 2026 Se ne parla per via di una presa di posizione di Conte, che ha suscitato critiche ma pure insoliti apprezzamenti ANSA/FABIO CIMAGLIA Negli ultimi giorni il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha innescato un dibattito tra i partiti di opposizione rispetto alla cosiddetta “cultura woke”. Con questa espressione, diffusa soprattutto nei Paesi anglosassoni, si indica una particolare sensibilità verso temi di discriminazione e disuguaglianza sociale, come razzismo, sessismo, diritti LGBT+, che secondo diversi osservatori e, in particolare la destra conservatrice, ha suscitato nella sinistra atteggiamenti dogmatici e censori. Sulla definizione di “woke” torneremo più avanti.

In una lettera pubblicata il 21 agosto dal quotidiano la Repubblica, Conte ha sostenuto che alcuni aspetti della cultura woke abbiano avuto effetti positivi, come una maggiore attenzione verso discriminazioni, linguaggio rispettoso e il riconoscimento delle minoranze. Ma ha criticato duramente quelli che considera i suoi eccessi, come la cosiddetta “cancel culture”. Per “cancel culture” (in italiano, “cultura della cancellazione”) si intende quel fenomeno, anch’esso diffuso soprattutto nei Paesi anglosassoni, per cui una persona, un’azienda o un’opera viene sottoposta a una forte condanna pubblica, spesso sui social, in caso di comportamenti o dichiarazioni considerati offensivi, discriminatori o moralmente inaccettabili. Nella sua lettera a la Repubblica, Conte ha definito la cultura woke come «una religione morale autoreferenziale» e che non si possono affrontare le sfide attuali «muniti solo di un’agenda morale sui diritti civili, né possiamo continuare a ragionare solo di diritti identitari e di spazi simbolici».