La crisi della sinistra non nasce dalle guerre culturali ma dall’abbandono della questione sociale. Per uscire dall’impasse servono nuove risposte su welfare, innovazione, demografia, ambiente e coesione europea, non il rifugio nel riarmo. L’opinione di Mario Giro

I critici attuali del wokismo si dividono in due categorie: chi è rimasto sempre legato all’equità sociale come paradigma essenziale di giustizia e di riforma del sistema e chi invece aveva accettato la logica del iperliberismo selvaggio della globalizzazione prima maniera. Ha certamente ragione Alexadria Ocasio-Cortez (AOC) ad affermare “woke 1 was crazy”. Ora aspettiamo che i liberisti “blairiani”, cosiddetti progressisti moderni, finalmente abiurino l’ipercapitalismo liberista, finanziario e privatizzatore al quale si arresero dagli anni Novanta.

Non è corretto criticare il wokismo senza liberarsi anche della fallimentare linea social-liberale: anch’essa ci portò in guerra (ricordate l’Iraq?), con un cumulo di bugie (le inesistenti armi di distruzioni di massa), alleandosi con la destra (BBB: Blair Bush jr e Berlusconi). Allora come oggi. Certo adesso rimpiangiamo quella destra davanti alle follie Maga. Tuttavia occorre essere onesti: la sinistra (tutta la sinistra, sia quella socialdemocratica che quella socialista o laburista) ha perso la sua anima vendendosi al liberalismo globalizzatore. Il suo epitaffio fu per l’appunto il clintoniano “it’s the economy stupid”. Da quel momento l’unico rifugio per i progressisti e le sinistre europee fu il woke costruito nelle università anglosassoni: mentre si consideravano i diritti sociali e collettivi come vetusti e arcaici (o peggio ancora una minaccia come nel caso dell’immigrazione), ci si concentrò solo sui diritti individuali.