Le idee non viaggiano in linea retta. Procedono per seduzioni, prestiti, tradimenti. Georges Sorel ne è un caso esemplare. Il woke, forse, è un caso del nostro tempo.

L'analogia va maneggiata con cura. Non esiste una genealogia che conduca da Sorel a Kimberlé Crenshaw. E il woke non è una dottrina compatta. Ma è interessante osservare come una costellazione di idee cambi il lessico, le gerarchie morali e gli istinti.

Sorel non fu un teorico minore. "Le Riflessioni sulla violenza" attraversarono l'Europa. Croce e Gramsci vi si misurarono da versanti diversi. Sindacalismo rivoluzionario, nazionalismo e fascismo attinsero al suo vocabolario. Ma il fascismo non esaurisce Sorel. Ne dimostra la pericolosa fecondità.

Qualcosa di simile accade con il woke. Il termine è vago e polemico. Conviene usarlo come nome di una costellazione. Fra gli antecedenti teorici, per l'influsso che il loro pensiero ha avuto, Foucault e Derrida; fra gli sviluppi, l'intersezionalità di Crenshaw, il femminismo nero di Patricia Hill Collins, l'oppressione e la resistenza epistemica di Kristie Dotson e di José Medina, i lavori di Saba Mahmood. Nessuno coincide con la vulgata militante, che ne ha spesso largamente stravolto le cautele e le distinzioni teoriche. Insieme hanno modificato il modo in cui una parte della sinistra pensa identità, linguaggio, sapere e potere.