C’è qualcosa di profondamente rivelatore nelle polemiche di questi giorni. Mentre il mondo è attraversato da guerre, nazionalismi aggressivi, nuove disuguaglianze e da una concentrazione di ricchezza e potere che non ha precedenti nella storia recente, la presidente del Consiglio sceglie di aprire uno scontro pubblico contro una manifestazione editoriale rea di aver chiesto agli espositori una dichiarazione di adesione ai principi antifascisti e democratici.

La vicenda in sé conta relativamente. Conta invece ciò che rivela. Perché ancora una volta una parte della destra italiana sembra sentirsi più a disagio davanti alla parola antifascismo che davanti al ritorno di linguaggi, simboli e culture politiche che dell’antifascismo rappresentano la negazione.

La coincidenza temporale rende tutto ancora più evidente. Da una parte Giorgia Meloni difende la propria leadership attaccando chi richiama i valori fondativi della Repubblica; dall’altra Roberto Vannacci costruisce il proprio spazio politico contestando la stessa leadership della destra di governo e proponendo una versione sempre più identitaria e nazionalista di quell’universo politico.

Molti osservatori leggono questa vicenda come una normale competizione interna. In realtà è qualcosa di più profondo: è il segnale di una fragilità culturale che attraversa oggi gran parte delle destre occidentali. Vannacci è il prodotto delle ambiguità della destra italiana. Per anni i movimenti nazionalisti e sovranisti hanno costruito consenso offrendo appartenenza. Ma troppo spesso quell’appartenenza è stata costruita attraverso l’individuazione di un nemico: il migrante, lo straniero, l’élite, l’Europa, l’intellettuale, la scienza, l’avversario politico.