Quando, ieri mattina, ho aperto Twitter o come si chiama ora, e me lo sono trovato pieno d’indignazione per Alexandria Ocasio-Cortez che diceva che la prima fase del woke era stata proprio una mattana, ho pensato subito al più grave dilemma etico ch’io abbia dovuto affrontare nella mia vita adulta, in un periodo in cui la Ocasio andava alle medie e nessuno di noi aveva mai sentito la parola “woke”.
In caso siate tra i felici molti che non sanno di cosa si stia parlando neanche adesso, ricopio – scusate la cafonata, ma faccio prima a citarmi che a rispiegare daccapo – da un libro che pubblicai cinque anni e mezzo fa: «Tutta questa roba qui ha una parola per dirla, e la parola è woke. È stata inserita nei dizionari americani nel 2017 (è certamente una coincidenza che sia accaduto mentre il MeToo era la moda imprescindibile del momento). Woke significa che sei dalla parte dei buoni. Che sei sensibile alle ingiustizie sociali. Che non c’è giusta causa che ti sfugga».
Siamo all’introduzione, e qualche riga più avanti spiego di aver deciso di usare la parola «suscettibili» invece di quella che non comparirà mai più nel libro, «woke». Giacché il risveglio da cui discende nella semantica inglese la parola woke, l’essersi risvegliati ed essere dunque sensibili alle giuste istanze sociali rimaste dormienti mentre non ci occupavamo dei più deboli, quello è già un ricatto. Se stai cercando di demolire un culto, non ne usi il lessico.












