Alexandria Ocasio-Cortez ha usato una battuta per congedarsi da una stagione: “Woke 1 was crazy”. Non ha rinnegato le battaglie contro le discriminazioni né le discussioni aperte nel 2020, definite anzi "fruttuose", riconoscendo però che oggi quella retorica non sarebbe più utilizzabile. Nel tracciare la linea democratica verso le elezioni americane di metà mandato guarda alla working class, dalla sanità alla casa, fino al costo della vita. Con un intervento pubblicato su Repubblica, il presidente del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte porta il dibattito in Italia: riconosce le conquiste della cultura woke, ma nega che possa diventare l’"ossatura ideologica" di una forza progressista.

I contesti non sono sovrapponibili, ma la riflessione è comune: le politiche del riconoscimento non bastano più a ordinare l’intera offerta progressista, mentre tornano in primo piano salari, welfare e diseguaglianze. È in questa cornice che Paolo Natale, docente di Sociologia politica all’Università Statale di Milano, legge i segnali provenienti dalle diverse sinistre occidentali come una revisione transnazionale del rapporto tra rappresentanza sociale e politiche identitarie.

La cesura, spiega il docente, risale agli anni Novanta, quando una parte delle forze progressiste considerò sostanzialmente acquisita la protezione economica dei lavoratori e spostò il proprio baricentro verso l’eguaglianza culturale. Quel presupposto si è incrinato con la globalizzazione e con la crisi finanziaria del 2008: la sicurezza delle classi popolari e medie si riduceva mentre la sinistra sembrava parlare soprattutto il linguaggio dei valori post-materialisti. "Le destre hanno così potuto presentare la cultura woke come uno sberleffo di fronte alle difficoltà quotidiane della gente", osserva Natale. "È come se la sinistra fosse diventata la rappresentante dei valori post-materialisti, lasciando alla destra quelli materiali".