Il woke è una questione seria. Razzismo, sessismo, discriminazioni, diritti delle persone Lgbtqia+ e tutte le forme di oppressione e marginalizzazione sono questioni che hanno un impatto concreto sulle vite delle persone. Non è una moda culturale della sinistra bianca da salotto, come invece è stato negli ultimi anni.

Quindi, che ora il dibattito sia così acceso dentro il campo largo e tra i suoi sostenitori mi infastidisce parecchio, perché in Italia, quando si parla di questi temi, la si butta sempre in caciara: ne devono parlare politici e professori che non ne sanno una mazza e non vivono quella condizione, e non ci si ritrova mai, neanche per sbaglio, a fare un dibattito maturo, ma sempre nel modo più superficiale e autoreferenziale possibile.

Ma la mia domanda è: perché il dibattito progressista ha deciso che la cosa più urgente da fare sia commentare cosa pensa Giuseppe Conte del woke? Perché, francamente, la sua opinione sul woke mi interessa pochissimo.

Conte non ha mai costruito la propria identità politica sui diritti civili, né ne ha fatto il centro della propria agenda. Non è certo diventato improvvisamente un’autorità culturale su questi temi. La sua uscita su Repubblica, con la quale ha aperto la polemica, va letta come una mossa politica dentro la partita per la leadership del centrosinistra. Repubblica stessa ha poi collegato esplicitamente il suo intervento alla corsa alle primarie del campo largo. E non c’è niente di scandaloso. I politici fanno calcoli politici.