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Giuseppe Conte ha scoperto i disastri quasi adolescenti del progressismo identitario. Anzi, li aveva già scoperti e non ce l’aveva detto. «Nel corso degli anni mi è capitato più volte di rimanere fortemente perplesso di fronte ad alcuni eccessi della cultura "woke"», scrive a Repubblica: convinzione tenuta al riparo finché la storia non l’ha resa benemerita. Dal 2018 all’altroieri, nel continente della parola contiana di quella perplessità non s’era avvertita traccia. Presidente con Salvini, poi contro Salvini, Conte ha attraversato governi, interviste, Dpcm, post e comizi senza far trasparire – a memoria o d’archivio – un sussurro contro i deliri del politicamente corretto. Dissenso monastico, custodito nel cuore. O ripiegato nel taschino.
Adesso Alexandria Ocasio-Cortez ha rilanciato l’idea che la prima stagione woke sia stata una follia e Repubblica prova a ricamarci un dibattito italiano: arriva Giuseppi, Aoc della Daunia, senza Bronx, Squad o militanza socialista, però con pochette di minoranza sartoriale. Ocasio-Cortez almeno era di quella parrocchia. Conte no: passava dal gialloverde con la Lega al giallorosso col Pd, realizzando sul proprio corpo politico l’identità fluida prima di pronomi e culture wars.










