di

Barbara Poggio*

Il paradosso è che, mentre si paventa un'immaginaria egemonia woke, in Italia, posizioni esplicitamente razziste, sessiste e ostili alle minoranze acquistano crescente visibilità e legittimazione pubblica

Nelle ultime settimane il dibattito pubblico italiano si è avvitato attorno al cosiddetto woke e alla necessità, per il campo progressista, di prenderne le distanze. Una discussione surreale: in Italia non è mai esistito un movimento che si definisse woke, né un soggetto politico riconducibile a questa etichetta.

Delegittimazione Nato nell’inglese afroamericano come invito a restare vigili di fronte al razzismo, il termine woke si è diffuso con Black Lives Matter, soprattutto, dopo l’uccisione di George Floyd nel 2020. Le destre statunitensi lo hanno poi risemantizzato in senso dispregiativo, rilanciandolo come etichetta indistinta per delegittimare situazioni molto diverse. Un meccanismo già visto con il gender: fenomeni complessi vengono condensati in una minaccia unitaria, alimentando il panico morale, mentre i contenuti reali scompaiono dal confronto pubblico. L’operazione non è innocente. Le disuguaglianze legate al genere, alla razzializzazione, all’orientamento sessuale, allo status di cittadinanza e alla disabilità sono parte della questione sociale: si traducono infatti in barriere concrete nell’accesso al lavoro, alla casa e alla salute.