Caro direttore, la discussione sul “woke” è partita male.
Le prime battute, dall’editoriale di Ezio Mauro, dagli interventi e le interviste da Manconi a Cacciari alle dichiarazioni di politiche e politici non fanno altro che ripetere lo stucchevole refrain su come bilanciare diritti civili e diritti sociali senza contrapporli, per carità.
Non vogliamo certo tornare indietro ai tempi bui in cui non c’era la legge 194 e donne, omosessuali e variamente disabili erano discriminati, si sprecava il linguaggio sessista; non vogliamo mica dare una mano a Vannacci, come recita l’ultimo spauracchio.
Tutti questi moniti sono agitati da chi, ed è la stragrande maggioranza degli opinionisti/e, dei giornalisti/e, e dei politici e politiche, non ha inteso e non vuole intendere che il termine “woke”– importato da un’altra lingua al pari del famigerato “gender” (e quindi facilmente manipolabile secondo le convenienze) – definisce l’impianto di una cultura politica.
Una cultura politica che non ha più niente a che vedere con quella, evocata in tanti interventi di questi giorni, dei gloriosi Trenta, del riformismo degli anni sessanta e settanta del secolo scorso.













