di Anna

Mastromarino *

Il dibattito di questi ultimi giorni attorno al pensiero woke rischia di banalizzare un movimento tra i più vivi degli ultimi decenni.

Come tutte le ideologie con obiettivi di trasformazione sociale a 360 gradi non è rimasto immune alle strumentalizzazioni e a una certa deriva fondamentalista: ma da qui a rinnegarne la portata rigenerante rispetto a un assetto economico e sociale che da tempo mostra i suoi limiti ce ne passa. Per questo dispiace che proprio all’interno di certi ambienti progressisti siano emerse non critiche (quelle sono sempre necessarie, oltre che utili), ma voci che intonano un Te Deum a sancire la fine di un pensiero che pretende un cambiamento globale appena avviato.

La cosa da dire subito con chiarezza, a scanso di facili semplificazioni, è che al di là dell’uso di definizioni univoche, all’interno della cultura woke si muovono mondi diversi, uniti semmai da una volontà comune: trovare uno spazio in pubblico, rompere la spirale di marginalizzazione nella quale sono stati relegati da modelli di prevaricazione come il patriarcato, il colonialismo, il razzismo, l’abilismo. Una dinamica convergente che avvicina femministe, attivisti Lgbt, minoranze, popoli indigeni e tutti coloro rimasti ai margini per secoli, spettatori della storia di cui erano parte senza esserne protagonisti.