Roma, 23 agosto 2026 – La destra ha trovato nella cultura woke il grimaldello che cercava. Per quasi vent’anni ha potuto rivolgersi ai ceti popolari impoveriti con un’accusa tanto semplice quanto efficace: la sinistra corregge le parole più rapidamente dei salari, sorveglia il lessico più severamente delle rendite, educa chi sta in basso invece di rappresentarlo. È una caricatura, e spesso una manipolazione.

Ma le caricature politiche attecchiscono solo quando esasperano un tratto reale. Il dibattito che attraversa oggi il Partito democratico americano (e arriva anche da noi) sul cosiddetto “woke” non è, dunque, soltanto una resa dei conti fra moderati e radicali, né il pentimento tardivo di una classe dirigente sconfitta. Illumina una questione più profonda: quando il riconoscimento delle differenze si stacca dalla lotta alle diseguaglianze materiali e dalla costruzione di una cittadinanza condivisa, la politica progressista smette di trasformare bisogni diversi in un progetto comune e si riduce a una federazione di identità, ciascuna dotata del proprio lessico e dei propri confini morali.

L’errore non è stato allargare il catalogo dei diritti. Il femminismo, l’antirazzismo, la libertà delle persone omosessuali e la lotta alle discriminazioni hanno reso le democrazie più fedeli alla propria promessa. Una sinistra che rinnegasse queste conquiste perderebbe insieme la propria anima e la propria ragione storica. L’errore è iniziato quando il riconoscimento ha preteso di sostituire l’universalismo, quando la differenza è diventata una posizione politica autosufficiente e il linguaggio della liberazione si è irrigidito in una pedagogia morale, più incline a classificare che a unire. I diritti identitari sono indispensabili: diventano insufficienti, perfino divisivi, quando non sono legati a diritti sociali, potere economico e responsabilità reciproche.