Ohibò! Dopo il retromarcia made in Usa da parte di Alexandria Ocasio-Cortez (“La prima stagione della politica woke era una follia”) ecco che anche da noi ci si accorge che oltre a occuparsi di asterischi e di schwa, di bagni gender-neutral e di carriere alias, a sinistra ci si dovrebbe anche preoccupare (seriamente, non solo a parole) di precariato e in generale di questioni attinenti alla sfera del lavoro.

Peccato che a sollevare la questione sia stato, con una lettera pubblicata da Repubblica, non proprio uno di sinistra: l’ex premier Giuseppe Conte, secondo cui “una forza progressista deve necessariamente intervenire sulle radici materiali delle diseguaglianze, assumendo quale prioritario obiettivo la riduzione (se non l’eliminazione) degli squilibri economici e della iniquità sociali che hanno assunto un rilievo strutturale”. E che, detto per inciso e come ricordato qui più volte, derivano innanzitutto dal fatto che nel 1997 venne introdotto in Italia, con il famoso pacchetto Treu, il lavoro interinale, ovvero quel precariato dipinto all’epoca come grande progresso e forma di libertà che però ha prodotto stipendi da 600 euro al mese, contratti a chiamata e zero ferie retribuite: davvero non male, come progresso e forma di libertà.