di Francesco Marchesi*
L’articolo di Giuseppe Conte sul tema del cosiddetto woke pubblicato alcuni giorni fa su Repubblica ha rappresentato un momento di chiarezza. Da circa quindici anni, infatti, stanno maturando, in Italia e in Europa, due opposizioni a una destra sempre più reazionaria: da un lato un’alternativa socialdemocratica, che cerca di tenere assieme diritti sociali e civili ma che pone al centro del suo discorso i problemi del lavoro, della sanità e della guerra.
Nata nel lungo decennio populista 2008-2020 essa è stata antipolitica ed è evoluta oggi in senso popolare e pacifista. Comprende soprattutto il Movimento 5 Stelle, ma anche quella variegata area del dissenso che include “Schierarsi” di Alessandro Di Battista e “Agorà” di Angelo d’Orsi, oltre a svariati media e riviste.
Dall’altra parte c’è la sinistra ufficiale che, nonostante i timidi passi avanti degli ultimi anni, discute soprattutto di questioni simboliche e di politiche dell’identità per mascherare la sua sostanziale adesione alla globalizzazione neoliberista così come si è sviluppata dagli anni Novanta in poi. Una sinistra all’americana, nella sua duplice declinazione “liberal” riformista e “radical” movimentista. Essa comprende ovviamente il Pd e Avs, ma anche larghe parti dello Stato, dei media mainstream e della cultura in generale.










