In principio era un monito a tenere gli occhi aperti. Poi è diventata una denuncia, infine una lettera scarlatta da appiccicare a tutto. Francine Prose detesta la parola woke. «Non mi è mai piaciuta perché è stata usata come un’arma per sminuire obiettivi importanti e necessari che non definisco nemmeno di sinistra o progressisti. Sono questioni che riguardano semplicemente i diritti umani», dice a L’Espresso la scrittrice e storica voce della cultura liberal americana.Si capisce allora il disagio con cui ha ascoltato Alexandria Ocasio-Cortez, che pure ammira profondamente, scandire il termine nell’ormai celebre intervista a This Week di ABC. «Il Woke 1 è stato folle», ha detto, citando un esponente della sinistra newyorkese per segnare la distanza da alcune delle posizioni più radicali della stagione passata.Un passaggio nel complesso equilibrato, sicuramente lucido anche perché proiettato verso una possibile candidatura alle primarie democratiche del 2028. È il tentativo di guardare avanti, di difendere i valori progressisti, correggendo gli eccessi che hanno allontanato una parte della working class e offerto bersagli facili alla destra. Il rischio, però, è che questa riflessione venga usata sul fronte opposto per rimettere in discussione conquiste date per consolidate. È quello che sta accadendo negli Stati Uniti, e in contrappunto in Italia, tra ripensamenti e inquisizioni.Mentre si mette sotto accusa un intero movimento, l’America trumpiana alza ogni giorno l'asticella e rosicchia morso a morso tutele e libertà. «Gran parte dei progressi reali è già stata cancellata – denuncia – Le iniziative Dei (cioè le politiche pensate per ampliare diversità, equità e inclusione) sono state smantellate; i diritti delle donne e il controllo sul proprio corpo sono sotto attacco. Per questo credo che il dibattito tra woke e non woke rischi di essere una distrazione da ciò che sta davvero accadendo».E quello che succede le fa orrore, come le città che diventano teatro stabile dello scontro tra Ice e migranti. «Migliaia di persone sono state arrestate per strada. Leggiamo di immigrati deportati in Africa, maltrattati e mandati in Paesi con cui non hanno alcun legame. L'amministrazione ha ormai rinunciato persino alla finzione che si tratti di fermare gente con precedenti penali. Stanno fermando individui di colore in maniera casuale. C’è una quantità enorme di violenza». Il riferimento è agli accordi presi dagli Usa con Paesi terzi che permettono all'amministrazione Trump di trasferire i migranti destinatari di ordini di espulsione anche in nazioni con cui non hanno connessioni.È proprio guardando a ciò che ribolle negli Stati Uniti che, per Prose, la revisione del woke diventa delicata. Gli sconfinamenti, certo, non sono mancati, in pochi lo negano. Nelle frange più radicali si è parlato di chiudere i rubinetti alla polizia, di abolire le carceri. Finanche di togliere dal calendario la festa del Ringraziamento, legata a un retaggio di colonialismo e violenza contro i nativi. E poi la pretesa di ingabbiare il linguaggio, ad esempio, nell’uso dei pronomi di genere. A tratti, quelle rigidità sono sfociate in toni censori, fino ad assomigliare pericolosamente, pur senza equivalerle, alle spinte autoritarie della destra. Emblematica la scelta di Tyler Austin Harper, professore afroamericano che ha lasciato il mondo accademico dopo aver sperimentato nel Dei la facciata dietro cui continuavano a sopravvivere le disuguaglianze, che finiva per ridurlo a simbolo della diversità più che intellettuale. Eppure quella stagione non è stata solo storture. Ha significato il rilancio di Black Lives Matter dopo l'uccisione di George Floyd a Minneapolis nel 2020. Del resto woke, nello slang afroamericano, significa proprio stare all’erta contro le ingiustizie razziali.Sul fronte opposto, l'anti-woke è diventato programma di governo. Esempio tra tutti, il caso di Ron DeSantis, alfiere indefesso delle guerre culturali. Il governatore repubblicano della Florida ha fatto di questo tema una parte centrale della sua agenda. È del 2022 lo Stop WOKE Act, con restrizioni per scuole e aziende nell'affrontare temi legati a razza, genere, razzismo e privilegio (la legge è stata poi dichiarata incostituzionale). Un'offensiva alimentata anche dall’ostilità verso la cosiddetta critical race theory. La crociata ha, comunque, il suo quartier generale al civico 1600 di Pennsylvania Avenue. Tornato alla Casa Bianca, infatti, Donald Trump ha trasformato quella deflagrazione culturale in politica federale, estendendo l'offensiva dalle università all'esercito, dalle istituzioni fino alle regolamentazioni dell’Ia. Come annota David French sul New York Times, la cura anti-woke è stata “più intolleranza e più repressione”.In questo marasma, Francine Prose vede nell’esperimento di Zohran Mamdani, sindaco democratico socialista di New York, un possibile punto di equilibrio. «È un modo sensato e pragmatico di mettere in pratica ideali di sinistra senza gli estremismi del “questo non puoi dirlo”, “questo non puoi insegnarlo” e così via». Insomma, tenere principi e valori, ma riportare il baricentro sui problemi concreti che decidono il voto.Le elezioni di metà mandato saranno il primo vero test. Sulle consultazioni del prossimo 3 novembre l’intellettuale ripone tutte le speranze. «Molti amici che, come me, vivono in zone rurali mi raccontano che nei loro quartieri diversi cartelli Maga sono scomparsi». È il segnale, ragiona, di una delusione crescente verso un presidente e un’amministrazione che non hanno mantenuto la promessa di frenare il costo della vita. Ed è proprio qui che, come sostiene AOC, i Democratici devono tornare a battere. «La benzina è alle stelle e i prezzi del cibo sono fuori controllo». E questo può finire per pesare più «dell'ideologia costruita sulla paura dei migranti o delle persone di colore».Tim Ryan lo va predicando da tempo ai colleghi di partito. Ex deputato democratico dell'Ohio e candidato alle primarie presidenziali del 2020, è tra le voci che più insistono sulla necessità di riconquistare l'elettorato operaio. Ma, ci dice quando lo raggiungiamo, questo non significa rinnegare le altre lotte. «Possiamo fare più cose contemporaneamente. Non dobbiamo fare passi indietro sui diritti civili. Ma le persone nere vogliono un lavoro, come pure le persone gay e i latinos. Tutti stanno subendo questa pressione economica». Il punto, insiste Ryan con la concretezza tipica del suo Midwest industriale, è scegliere quale messaggio mettere davvero al centro. Secondo lui il partito sta finalmente tornando a una delle sue missioni originarie e cioè migliorare concretamente la vita dei lavoratori americani. Negli ultimi anni, riflette, i dem si sono allontanati troppo da quel terreno e ne hanno pagato lo scotto. «Il Partito democratico è stato identificato con una leadership soprattutto costiera. California e New York hanno occupato le posizioni più visibili. E così abbiamo perso quello che qui chiamiamo l’Heartland (il cuore del Paese, l’America profonda, ndr). Serve una riconciliazione con quelle comunità e con quegli elettori. E l’unico modo per farlo è entrare in sintonia con le loro preoccupazioni. Oggi, per la maggior parte di loro, le preoccupazioni principali riguardano il portafogli». Tim Ryan la mette così: «Credo che la gente sarebbe contenta di vedere i Democratici riallinearsi con le priorità della classe lavoratrice, dai salari alla sanità fino al costo della vita». È forse da qui che la sinistra americana prova a ripartire, riportando in primo piano le priorità della working class. Se i Democratici vogliono tornare competitivi a livello nazionale, è questo il manifesto del Woke 2.0.