Ma cosa vuol dire "woke"? Vuol dire, letteralmente, essere svegli. “Stay woke” è accorgersi di una discriminazione, di un pregiudizio, di un linguaggio che esclude, che prima restava invisibile. Non è un'invenzione dei social: la prima traccia scritta risale al 1938, in una canzone di Lead Belly sul razzismo americano. Il significato che conosciamo oggi si consolida più tardi, con l'attivismo afroamericano contemporaneo del Black lives matter. Poi i denigratori se ne sono impossessati. Hanno usato alcuni indubbi eccessi, come la cancel culture, cioè la condanna postuma di personaggi figli del loro tempo, per buttare via tutto: dalla statua di Cristoforo Colombo alle rivendicazioni LGBTQ+ alla lotta al cambiamento climatico, bollata come l'ennesimo capriccio ideologico. Nell'America di Trump il risultato si vede: il riconoscimento per minoranze e donne è quasi proibito. Parole come uguaglianza, discriminazione, clima sono sparite dai documenti pubblici. Una regressione a vantaggio di chi il potere ce l'ha già: ricchi, forti, quasi sempre uomini, quasi sempre bianchi.
Dal dibattito, aperto negli Stati Uniti da Alexandria Ocasio-Cortez, che ha detto di non usare più certi linguaggi del 2020 senza per questo rinnegare le battaglie di allora, nasce il dibattito che ha attraversato l'Atlantico e da cui Giuseppe Conte prende spunto per una lettera a Repubblica che dice che il woke non serve alla sinistra ed è diventato per buona parte di essa "una dottrina totalizzante, il filtro unico" per leggere la realtà. Roba da ceti privilegiati che non hanno altro di cui occuparsi. Questa evidente forzatura è finalizzata ad accreditarsi come più attento ai problemi della gente di tutti quei radical chic amanti della “schwa”; ed è un indubbio e innecessario assist agli argomenti della destra.











