Contrordine, compagni. Come a suo tempo l’eskimo, il woke non si porta più. Lo hanno deciso quelli che lo avevano inventato. E adesso ce lo comunicano con la stessa faccia tosta con cui ce lo avevano imposto. Peccato. Stavamo appena cominciando a capire che cosa volesse dire quella parola. In inglese significa «sveglio», in pratica era polizia morale: ronde notturne nelle biblioteche, processi ai morti, statue di Cristoforo Colombo giù dal piedistallo perché imperialista. Vietate le repliche di Derrick in tv perché l’attore da ragazzo era finito nelle SS: guai se un vecchio commissario tedesco disturba il sonno degli antifascisti d’accatto. In compenso Dario Fo, che nella Repubblica di Salò vestì la divisa di chi dava la caccia ai partigiani, è intoccabile: provate a dire che era un guitto e vi sospendono dalla civiltà. E poi le parole: vietato dire negro pure citando Montanelli, vietato dire madre senza aggiungere «persona gestante», vietato respirare senza il permesso di un comitato di studentesse. Questo era il woke. Due pesi, due misure. E una bilancia truccata.Ha cominciato in America quella squinternata della Ocasio-Cortez, con la sua corte di professori e attricette. Per dieci anni hanno terrorizzato università, giornali e consigli di amministrazione. Poi hanno guardato i sondaggi. Il woke non rende più, fa perdere voti. E allora lo si rottama con la disinvoltura con cui si cambia marca di detersivo.In Italia, com’è ovvio, il più svelto è stato Giuseppe Conte. Ha capito che la giostra girava al contrario e si è precipitato su Repubblica a spiegare che lui, in fondo, il woke non l’ha mai sopportato. Un pentimento a orologeria: l’avvocato del popolo che ripudia la moda del giorno prima un minuto dopo che è passata di moda. Ha la prontezza del barometro, non della bussola. Dietro di lui, a passo più lento perché le scarpe sono nuove, arriverà la Schlein. Era la vestale del woke, ora scoprirà di essere sempre stata una riformista emiliana con la fissa del lavoro.Bene. Allora io pretendo una cosa sola: riabilitatemi subito. L’Ordine dei giornalisti ritiri le sanzioni che mi ha inflitto in nome di quel catechismo. Se il woke è abrogato, vale per tutti. Anche per me. La patata si può dire. Le patate bollenti, fritte, lesse, al forno: nessuna cancel culture dei tuberi. Aspetto la lettera di scuse. La incornicio accanto alla querela.Ma è troppo comodo. La sinistra vorrebbe farci credere che il woke sia un accessorio, come il deodorante appeso allo specchietto retrovisore: lo togli e la macchina è quella di prima. Falso. Il woke non è un orpello della sinistra: è la sinistra. È il punto d’arrivo di un percorso che coincide con l’abrogazione del fondamento. Di quella base di moralità su cui un popolo cammina senza accorgersene, come sul pavimento di casa. Quasi quarant’anni fa Alain Finkielkraut pubblicavaLa sconfitta del pensiero, un saggio che si allarmava per la scomparsa della cultura universale e di ciò che porta con sé: contegno, ritegno, sforzo, rinuncia. Tutto rimpiazzato da un relativismo soddisfatto e menzognero. Togli il pavimento e cosa resta? La vigilanza. La polizia. Non potendo più distinguere il bene dal male, si distingue l’ammesso dal proibito. E chi decide è sempre lo stesso partito.Volete una prova? Il silenzio. I governatori democratici americani hanno sdoganato l’aborto fino al nono mese, un attimo prima del parto, a bambino formato; e nessuno, tra i nostri progressisti, ha aperto bocca. O guardate al cinquantenario di Seveso, la nube di diossina del 1976. Convegni, commemorazioni, pure una fiction Rai. Dove però si è taciuto un dettaglio: trentaquattro bambini non nati furono soppressi in nome dello slogan «aborto o mostro in pancia». Nessuno di loro, si scoprì poi, sarebbe nato mostro. Chi tace su questo non ha perso un accessorio. Ha perso il pavimento.Ecco perché la sinistra, il campo largo o come diamine si chiama, prenderà una legnata storica. Non per il woke rinnegato, ma per quello che ha mostrato di sé. Stanno già discutendo su come spartirsi i ministeri. Dovranno spartirsi le panchine dei giardini pubblici.