Nel 2017 lo Stato ha investito 5,4 miliardi per salvarlo, oggi Intesa Sanpaolo è pronta a spenderne oltre 30 per conquistarlo. In mezzo c’è la trasformazione del Monte dei Paschi di Siena da banca da risanare a protagonista del risiko bancario. L’ultima mossa si deciderà nelle prossime ore: il consiglio di amministrazione si è riunito giovedì mattina per valutare le contromosse messe a punto dall’ad Luigi Lovaglio all’offerta pubblica di acquisto e scambio lanciata dal gruppo guidato da Carlo Messina. Sul tavolo, secondo le indiscrezioni che circolano da mercoledì, ci sono due ipotesi: una possibile Ops su Banco Bpm e una su Banca Generali. L’obiettivo è costruire, dopo che la premier Giorgia Meloni ha esplicitato la preferenza per una soluzione che mantenga l’integrità del Monte, un’alternativa all’integrazione con il primo gruppo bancario italiano. Il cui esito sarebbe lo “spezzatino” della banca più antica del mondo con la cessione di 650 filiali a Unipol e il successivo accorpamento con Bper per costituire una nuova “Banca Monte dei Paschi” senza riferimenti a Siena.
Per capire come si è arrivati a questo punto bisogna partire dal cambio di assetto avvenuto negli ultimi due anni, a valle del salvataggio pubblico scattato dopo che l’istituto era finito a un passo dal dissesto complice la disastrosa acquisizione di Antonveneta.














