Eric Dodds, che fu regius professor oxoniense di greco, filologo classico, antropologo, in I Greci e l’irrazionale scrive che “la più potente forza morale nota all’uomo omerico non è il timor di Dio, è il rispetto dell’opinione pubblica”. Il suo bene supremo, continua, “non sta nel godimento di una coscienza tranquilla, sta nel possesso della timè, la pubblica stima”. Il peso della vergogna, in quel mondo, veniva eluso proiettandolo su una potenza esterna. L’até, l’accecamento, come ogni altra idea brillante o sciocca è sempre messo nella testa o nella bocca dell’uomo omerico dal dio o dal demone. L’avventatezza di Telemaco contro Antinoo o la tenacia di Penelope nel non riprendere marito sono messi in bocca e in testa ai deuteragonisti del poema dagli dei. Non c’è psyché in Omero, non c’è anima né coscienza. L’uomo arcaico di Omero non subisce che gli effetti della fama e del suo opposto, appunto, la vergogna dettata dalla cattiva opinione degli altri. Sarà il mondo classico a costituirsi come quella che Dodds, riprendendo la contrapposizione da un saggio di Ruth Benedict sul Giappone (Il crisantemo e la spada) chiama, contro la già evocata (civiltà della) vergogna, la civiltà della colpa.
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