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Giuseppe Girgenti e Mauro Crippa

Il protagonista dell'«Odissea» di Nolan è un filosofo mendace, ma con le sue bugie cerca libertà. Alle origini della nostra civiltà, oltre al guerriero e al navigatore c'è una figura che esercita il dubbio e fida il destino

Le menzogne di Ulisse non sono le fake news di oggi. Non pretendono di contraffare il mondo per impedire agli uomini di comprenderlo, ma sono «artefatti creativi» con cui l’intelligenza tenta di migliorare la realtà quando essa, nella sua cruda verità, appare insopportabile. Le fake news contemporanee uccidono il pensiero, perché cancellano la distinzione tra vero e falso e chiedono soltanto obbedienza. Le astuzie menzognere di Ulisse, al contrario, sono atti creativi della sua mente: aprono possibilità, inventano vie di fuga, trasformano una situazione senza scampo in uno spazio di libertà.

L’Ulisse di Christopher Nolan combatte, soffre, uccide, ama. Ma soprattutto pensa. È questa la vera sorpresa del film. Le scene più spettacolari sono certamente la presa di Troia, costruita intorno alla grandiosa invenzione del cavallo, e la sanguinosa strage dei Proci, raccontata come un regolamento di conti atteso per vent’anni. Eppure entrambe acquistano significato perché Nolan mostra ciò che viene dopo l’azione: il silenzio della coscienza. Il suo Ulisse non celebra le proprie vittorie, ma ne sopporta il peso, tormentato dal rimorso per i morti, dalla nostalgia di Itaca e dal dubbio sul senso delle proprie scelte.