Sarebbe troppo semplice, oltreché semplicistico, liquidare l’Odissea di Christopher Nolan, che ancor prima di uscire aveva diviso i giudizi, alla luce del testo omerico. Con Omero il film c’entra poco o nulla, ma non è questo il problema: il potere del mito, come ha insegnato Joseph Campbell, si manifesta anche nella sua straordinaria vitalità, nella inesauribile capacità di dare luogo a sempre nuove interpretazioni. E dunque concediamo senz’altro questa libertà al regista anglo-americano, che ha preso spunto dal poema per creare un’opera sua che parlando di un passato leggendario guarda manifestamente al presente.
Accettiamo pure che Circe sembri una femminista rancorosa anni Settanta, che Penelope sia una antesignana delle battaglie anti-patriarcato, che Atena non abbia nulla di numinoso, che Eumeo sia cieco, che Nausicaa e i Feaci siano scomparsi, come anche i Lotofagi, e che il loto sia invece offerto a Ulisse da Calipso, e tanti altri dettagli rimontati o senz’altro tagliati (non però che Polifemo non parli, e quindi sia omesso il dialogo con Ulisse che più di ogni altra cosa definisce l’essenza dell’eroe di Itaca: quello dove risponde di chiamarsi Nessuno, in greco Outis foneticamente vicino a Odysséus). E passi pure che i Lestrigoni sembrino usciti da Guerre stellari, Agamennone un Darth Vater ante litteram, e la discesa nell’Ade non sia una discesa e le anime dei morti non siano ombre ma corpi infangati e i compagni defunti una massa vendicativa che si mette all’inseguimento di Ulisse come un esercito di zombie. Però, tutto ciò concesso, si potrebbe almeno pretendere la coerenza narrativa. E invece.












