Il poema del ritorno a casa, ma anche l’inno al valore della conoscenza, la fedeltà degli affetti, ma anche il coraggio di tradirli, se è l’unico modo per ritrovare se stessi. Nelle spinte opposte, ma ugualmente potenti, nelle contraddizioni che animano un protagonista fra i più moderni della storia della letteratura, il regista di Oppenheimer e Dunkirk Christopher Nolan ha trovato la miccia che ha acceso il suo ultimo desiderio, una trasposizione grandiosa dell’Odissea, un racconto antico declinato nel linguaggio di un «moderno blockbuster», una sfida e anche una scommessa che, stando alle prime reazioni all’anteprima londinese, sembra già vinta: «Credo che i temi al centro dell’Odissea siano presenti in ogni film che ho fatto, in una misura che non avevo mai realizzato prima. Mi ha stimolato la possibilità di ricreare il mondo mitico dell’antica Grecia, con tutta la sua ricchezza, in un modo che non avevo mai visto». Intorno alle due linee conduttrici della narrazione, xenia, l’ospitalità, e nostos, il viaggio inteso come processo spirituale di rinascita interiore, l’autore dai primati (nel 2023 Oppenheimer ha vinto sette Oscar e incassato quasi un miliardo di dollari nel mondo) ha costruito un’epopea che, anche stavolta, non è lineare, ma segue gli itinerari emotivi dei personaggi Ulisse (Matt Damon), Telemaco (Tom Holland), Penelope (Anne Hathaway), Antinoo (Robert Pattinson): «Volevo che l’universo dell’Odissea diventasse un luogo in cui il pubblico potesse rispecchiarsi e che il film fosse accessibile a tutti, l’ho deciso mentre scrivevo la sceneggiatura». Il primo incontro fra Nolan e Ulisse risale ai tempi delle elementari, quando l’autore aveva assistito a un adattamento teatrale messo in scena da alunni più grandi, che lo aveva colpito soprattutto per il gigantesco cavallo di Troia, per il Ciclope con un occhio solo, per le Sirene tentatrici con le loro melodie: «Per molti di noi il racconto è rimasto lì, impresso nella mente, anche dopo, quando ci siamo imbattuti in quegli stessi elementi reinterpretati nei racconti moderni». Con la mitologia greca, Hollywood si è spesso cimentata, ai tempi del muto, e poi ancora tante volte, in pellicole come Gli Argonauti e Scontro fra titani. La saga di Omero ha avuto, in Italia e nei diversi Paesi, i più vari protagonisti, da Kirk Douglas nell’Ulisse di Mario Camerini con Silvana Mangano nelle vesti di Penelope, a Bekim Fhemiu nell’Odissea formato tv, a Ralph Fiennes nella recente rilettura cinematografica firmata da Uberto Pasolini, The Return, con Juliette Binoche nei panni di Penelope: «È una storia di famiglia – osserva Nolan –, una storia d’amore, una storia di vendetta, una storia di guerra, una storia di formazione. È un testo fondamentale, per tutti». Una parabola in cui ognuno può ritrovarsi, compreso Matt Damon che ha costruito un Ulisse massiccio, alla ricerca di spinte razionali, anche se attratto dai dilemmi di una realtà fantastica e indecifrabile: «È il film più grande che abbia mai fatto in termini di scala e di proporzioni – dichiara l’attore –. Sicuramente il più grande in termini di ambizioni. Non so per quanto tempo avremo l’opportunità di fare cinema in questo modo, per tutta la durata delle riprese ho provato quasi una sensazione di nostalgia. E questo ha cambiato la mia percezione di tutto, per me è stata un’esperienza profonda, oltre che molto divertente». Se Damon è stato scelto perché, come spiega Nolan, «porta energia positiva in tutto quello che fa», Hathaway è una Penelope complessa, sempre vigile, in attesa del ritorno del marito, e insieme impegnata a resistere ai corteggiamenti di pretendenti predatori: «Sono perdutamente innamorata della mitologia greca – ha spiegato la diva –, fin dalla terza media. Nel tempo libero guardo programmi su questo tema e adoro la letteratura alternativa che re-interpreta quel genere di narrazioni. Quando Chris mi ha chiamata ho letteralmente perso la testa». Secondo Hathaway l’Odissea «è una miscela di filosofia, mito, emozione, logica, immaginazione», mentre la Penelope costruita da Nolan esprime al meglio «il suo sentirsi incompresa, una sensazione che fa parte del legame con Ulisse, coltivata da sempre con cura. Per molti versi la storia ruota intorno a ciò che Ulisse e Penelope significano l’uno per l’altra, alla qualità della vita che hanno sperimentato quando erano insieme». Figlio unico, in ansia per il destino materno, Telemaco è, secondo Holland, «un ragazzo che sta diventando uomo attraverso il proprio viaggio, un figlio che protegge la madre e alla fine si ricongiunge con un padre che pensava di aver perduto, un giovane che osserva la follia di cui è preda il mondo e cerca faticosamente di comprendere quale sia il posto giusto per lui». I luoghi delle riprese, già diventati mete di giri turistici estivi, comprendono la Turchia, la Grecia, e in gran parte l’Italia, in primo luogo la Sicilia dell’Etna, di Ortigia, di San Vito Lo Capo, e di Favignana, nelle Isole Egadi, dove Robert Pattinson, alle prese con il suo Antinoo sprezzante e «vanitoso come un pavone», ha imparato a percorrere tragitti faticosi, con addosso i costumi di scena: «Mi sono sentito – fa sapere l’attore – impegnato in una missione, un percorso che ha coinvolto ogni membro della troupe e del cast. Un’esperienza positiva che ha creato un legame forte fra tutti noi». Il resto dell’Odissea, blockbuster da 250 milioni di dollari (dal 16 nei cinema con Universal) è nella colonna sonora firmata da Ludwig Goransson, nell’impatto folgorante delle riprese e della visione in Imax, nella passione di un regista che cerca ogni volta di superare se stesso: «A volte – confessa Nolan – penso a quanto sia strano dover fare esattamente quello che voglio, e a quanto sia difficile riuscirci…Ogni tanto devo ripetermi: sto girando questo film ed è esattamente quello che voglio fare, così, all’improvviso, sono di nuovo felice».
Odissea, la scommessa di Nolan
Il regista di “Oppenheimer” si confronta con il poema omerico: «Un testo fondamentale». Nei panni di Ulisse Matt Damon













