C’è un punto, nell’“Odissea”, in cui ho capito che non ero riuscita a fare quella cosa che raccomandava ieri Francesco Piccolo, cioè lasciare a casa le velleità di intelligenza scettica e credere che quel tizio sullo schermo stia rischiando davvero la vita. È un punto non particolarmente significativo: è un personaggio che dice a un altro «Da questa parte».

A quell’altezza della storia non c’è ancora stato Ulisse che, tornato a Itaca fingendosi mendicante, dice a Telemaco «I’m a veteran of the Trojan war», che è una frase che fa molto ridere sia perché «veterano» fa subito film sul Vietnam, sia perché per gli americani i Trojan sono preservativi, e sembra di vedere i quindicenni che sghignazzano in sala. Però c’è, a quel punto, già stato un personaggio di tremila anni fa che dice a un altro «You lucky bastard», e insomma io posso sospendere l’intelligenza scettica ma voi dovete darmi una mano, se lo dialogate come “Arma letale” io non ce la faccio, l’effetto è quello dei cowboy con l’orologio.

E quindi quell’innocentissimo «Da questa parte» mi porta subito fuori dal film e dentro uno di quei ristoranti milanesi che hanno dei menu con combinazioni assurde per cui devi mettere crocette da qualche parte, o in cui esistono solo piatti da condividere con tutta la tavolata, e quindi quando ti siedi la cameriera ti dice «sapete come funziona?», e tu avresti voglia di risponderle «che voi mi date del cibo e io vi do dei soldi», ma non lo fai perché hai lasciato a casa l’intelligenza scettica e ti sei abbandonata alla convenzione narrativa, che al ristorante è più facile da fare che al cinema.