Non sappiamo a che altezza le ali di Icaro abbiano iniziato a bruciare, ma Christopher Nolan, con la sua Odissea, ha toccato quella quota. Più che il film della consacrazione, è il film emblema della propria maniera; più che un capolavoro di bottega, è un prodotto geneticamente in serie.
Drammaturgicamente pappa già pronta, spolveratona di incredibile e congestionato melting pot attoriale (i soldati greci dai tratti afroamericani, asiatici e nordici a Troia, davvero, non riescono a essere nemmeno più materia di polemica), solita magniloquenza esasperata di stile (il suono che accompagna ininterrottamente tutto, ma proprio tutto il film, diventa un macigno): all’epica omerica Nolan aggiunge, anzi, proprio lo evidenzia con una fuorviante enfasi da patinato spot aziendale, un messaggio antimilitarista e pacifista, dopo il quale andrebbe vestito con le orecchie da asino e messo dietro la macchina da presa.
Per carità, nessuno qui è vestale dei classici, ma come sempre la differenza la fanno il tocco e il tatto con cui a questi ci si avvicina, dandogli nuovamente linfa, rispetto o amore (il sobriamente devoto Il ritorno di Pasolini, ad esempio, a questa rutilante Odissea dà parecchi punti), ma anche ben affrescati disprezzo e distruzione. Invece Nolan non fa nulla di tutto questo. Bensì “usa” Omero per questa sua esasperante e affatto classica idea di “cinema flusso”. Come scrive brillantemente Davide Ferrario, riferendosi ai precedenti film di Nolan, in La fine della fine (Einaudi), di cui parleremo presto in un articolo: “Sembra che Nolan scarichi addosso allo spettatore (a un ritmo intensissimo) una quantità di informazioni narrative delle quali non gli importa davvero che vengano registrate fino in fondo: è come se per lui contasse principalmente un flusso che deve garantire un effetto generale”.












