Ulisse che dice compunto a Penelope che “la nostra Età del Bronzo è alla fine”. Un uomo di tremilacinquecento anni fa consapevole di stare vivendo nell’epoca che sarà così nominata solo dai suoi posteri. Un concetto introdotto per la prima volta dal religioso francese Nicolas Mahudel e successivamente formalizzato nel 1836 dall’archeologo danese Christian Jürgensen Thomsen. È questa, forse, la cosa più indigeribile dell’Odissea reinterpretata e mal digerita da Christopher Nolan. È come vedere i centurioni di Ben Hur con l’orologio al polso, o i legionari di Gladiator che consultano Google Maps prima della battaglia. È un anacronismo che non è solo storico, ma epistemologico. Nolan proietta sul passato una consapevolezza storiografica che il passato non poteva avere, confondendo la conoscenza del presente con la prescienza degli antichi.

Purtroppo, la qualità cinematografica del kolossal hollywoodiano è eccellente – girato in Imax nativo, fotografia sfolgorante, effetti speciali da capogiro – e questo fa ancora più rabbia a chi abbia letto almeno una volta la vera Odissea, quella meravigliosa, scritta in Grecia da Omero e non quella ritoccata in chiave woke da qualche produttorucolo degli studios. Perché la bellezza formale del film diventa complice di un tradimento sostanziale, lo spettatore viene abbagliato dalla potenza visiva e non si accorge che il cuore del poema è stato svuotato, sostituito da un’anima hollywoodiana, postmoderna e moralisticamente “corretta”.