Christopher Nolan e Quentin Tarantino sono gli unici registi viventi capaci di trasformare l’uscita di un film in una guerra civile tra cinefili; Martin Scorsese e Steven Spielberg appartengono ormai alla categoria dei maestri venerati, intoccabili per definizione. Siccome Tarantino tergiversa sulla sua ultima opera, che dovrebbe essere anche la decima secondo un calcolo piuttosto creativo, rimane il povero Nolan a prendersi lodi e infamie social di chi ancora non ha visto il film.
La sua “Odissea” non fa eccezione e chi ha criticato a priori rimarrà deluso da un’opera coinvolgente. Per mesi si è temuto che Lupita Nyong’o nei panni di Elena di Troia (o meglio, di Sparta) avrebbe messo alla prova la sospensione dell’incredulità al cinema. In due ore e cinquantadue minuti, invece, l’unico dettaglio davvero difficile da accettare è la calvizie del «biondo Menelao», con la calotta in silicone, visibile allo spettatore che aguzzerà la vista. Per il resto, il film mostra ciò che Nolan sa fare meglio: un ritmo incalzante, un montaggio essenziale e geniali trovate d’azione che trascinano lo spettatore senza lasciargli troppo tempo per chiedersi dove stia andando.
Qualcuno continuerà a stupirsi, perché considera ancora Nolan un autore di nicchia infiltrato nel grande cinema. Le strutture non lineari, i salti temporali e quella trottola di “Inception” che forse gira ancora sul tavolo hanno alimentato l’equivoco. Da anni, però, il regista molto inglese e un po’ americano è il più efficace confezionatore di blockbuster d’autore rimasto a Hollywood.













