Itaca non è soltanto il luogo del ritorno: è il criterio con cui giudichiamo il nostro viaggio, il momento in cui comprendiamo se il potere ci abbia resi più autorevoli o soltanto più forti, se il comando sia stato esercitato come dominio oppure come servizio. Il commento di Massimo Panizzi

Esistono film che colpiscono non soltanto per la loro qualità artistica, ma per il dibattito che sanno generare. The Odyssey di Christopher Nolan appartiene a questa categoria: ancora prima della sua uscita, e subito dopo, giornali, riviste, podcast e social network si sono riempiti di recensioni e interpretazioni. Leggendole, mi sono accorto che il vero protagonista del dibattito non era il film, né il suo regista: era Ulisse. Perché ogni epoca sente il bisogno di riscoprirlo? Perché Omero, Dante, Joyce e oggi, attraverso il grande schermo, Christopher Nolan hanno riconosciuto nello stesso personaggio qualcosa di essenziale sull’uomo e sul suo tempo?

Forse la risposta è più semplice di quanto sembri. Ogni civiltà, quando attraversa una stagione di profondi cambiamenti, torna ai propri miti fondativi non per nostalgia del passato, ma perché essi continuano a porre domande decisive sul presente. E nessun personaggio della cultura occidentale, più di Ulisse, riesce ancora oggi ad interrogarci sul rapporto tra conoscenza e limite, potere e responsabilità, innovazione e coscienza, leadership e servizio. I classici non vivono perché conservati immutati, ma perché ogni epoca li rilegge alla luce delle proprie inquietudini: l’Ulisse di Omero, quello di Dante, quello di Joyce e quello di Nolan non sono lo stesso uomo, ma lo specchio di civiltà diverse, chiamate ogni volta a confrontarsi con nuove sfide.