Ci sono opere che si limitano a raccontare una storia e poi ce ne sono altre, come l’Odissea di Christopher Nolan, che utilizzano una narrazione antica per interrogare il presente. È un film che certamente conferma la straordinaria capacità del regista di costruire immagini monumentali, mondi complessi e sequenze di una potenza visiva fuori dal comune; tuttavia, sarebbe riduttivo fermarsi alla dimensione spettacolare, perché questa volta gli effetti speciali non sono il centro dell’opera, ma il linguaggio attraverso cui viene costruita una riflessione molto più profonda sull’uomo, sulla guerra, sul potere e sulla crisi del modello occidentale.
La vera rivoluzione del film risiede nel modo in cui viene raccontato Ulisse, un personaggio che per secoli la nostra cultura ha trasformato nell’archetipo dell’uomo occidentale: l’eroe della ragione, dell’intelligenza e della capacità strategica, colui che riesce a prevalere perché pensa più degli altri, anticipa gli eventi e trova sempre una soluzione anche nelle situazioni impossibili, dominando il caos attraverso la propria intelligenza.
Nolan sceglie invece di distruggere questa immagine, mostrandoci un Ulisse che non è un semidio o un uomo superiore agli altri, bensì un essere umano fragile, attraversato dalle proprie contraddizioni, dai propri errori e dalle conseguenze delle proprie scelte, la cui grandezza non nasce dall’essere infallibile, ma dalla capacità di confrontarsi con il fallimento.














