«Hai letto “Il nome della rosa”?». «Sì, ma non personalmente». Già quaranta e passa anni fa girava, nel mondo anglosassone (in quello italiano probabilmente si pensava ma non si diceva), questo scambio illuminante. Con l’avvento di Internet (e poi dei social media) sempre più opere (libri, fumetti, serie tv, film) si leggono o si guardano «ma non personalmente». «Odissea», il nuovo film di Christopher Nolan, è al cinema dal 16 luglio, ma da mesi se ne parlava sui social media: dal trailer sono nate la polemica sulle armature simil supereroi (l’Agamennone stile Iron Man o Batman) o quella sul “blackwashing” di alcuni personaggi, come Elena di Troia interpretata dall’attrice messicana di origini kenyote Lupita Nyong'o (tanti citano l’epiteto di Elena “dalle bianche braccia” per contestare la scelta). C’è chi non l’ha visto e lo detesta e chi non l’ha visto e lo adora, ma com’è dopo la visione? È uno spettacolare film hollywoodiano con i suoi pregi e suoi difetti, un adattamento del regista britannico (anche sceneggiatore) a tratti molti personale e infedele del poema di Omero, che è certamente più noto e sentito in Italia, dove la cultura classica, nel bene e nel male, è sempre stata fra i fondamenti del nostro sistema educativo, che non negli States. Non a caso fra le versioni più celebri ci sono «Ulisse» (1954) di Mario Camerini con Kirk Douglas (Ulisse) e Silvana Mangano (Penelope) e lo sceneggiato (adesso lo chiameremmo miniserie tv) della Rai del 1968 diretto da Franco Rossi, Piero Schivazappa e Mario Bava con lo jugoslavo di origine albanese Bekim Fehmiu (Ulisse) e la greca Irene Papas (Penelope). Una rilettura molto contemporanea quella di Nolan con fra l’altro Agamennone (Benny Safdie) che non si toglie mai l’elmo: vorrebbe probabilmente simboleggiare la crudeltà impersonale della guerra, ma alla fin fine, come si vedeva già dal trailer, è un mix fra i supereroi Iron Man e Batman e, soprattutto, il supercriminale Dottor Destino (altro personaggio Marvel, apparirà nel prossimo «Avengers: Doomsday» interpretato da Robert Downey Jr. che è stato Iron Man). Tutto sommato nel contesto del film il blackwashing di Elena, la rende più “aliena” nel contesto (come anche l’acconciatura simil egiziana): è la moglie trofeo (in questo caso anche un trofeo di guerra) di Menelao (Jon Bernthal), qui più che il re di Sparta un capo mafioso, e cova profondo rancore nei suoi confronti, mentre la Elena del mito amava Menelao, lo aveva lasciato per Paride solo per volontà degli dèi, almeno secondo le versioni più accreditate. Davvero carismatica la Penelope di Anne Hathaway: è sì una moglie in fervente attesa del marito ma anche una regina che si ribella al regime patriarcale che le vieta di comandare senza un uomo e per buona parte del film nutre poca fiducia nelle doti da leader del figlio Telemaco (Tom Holland, sempre in cerca di un mentore come quanto interpreta Spider-Man, qui c’è pure Mentore fra i personaggi, interpretato da Ryan Hurst). Nella versione tv (senza troppe pretese ma comunque gradevole) del 1997 diretta da Andrej Končalovskij Calipso era la bellissima afroamericana Vanessa Williams, caso di blackwashing passato inosservato, probabilmente perché all’epoca erano rari, non c’erano i social media ed era una dea che quindi può assumere qualsiasi forma, qui è interpretata da Charlize Theron. È una sorta di psicologa che fa ricordare a Ulisse il suo traumatico passato, stavolta non è lui a raccontarlo alla corte dei Feaci (parte omessa). E infatti l’Ulisse-Matt Damon nella versione di Nolan non è l’uomo «dal multiforme ingegno» che inganna e sfida gli dèi con la sua hybris, ma un veterano di guerra (del Vietnam, magari, o del Golfo), tormentato per le atrocità commesse. E quindi l’inganno del cavallo (affondato sulla spiaggia, con i Greci al suo interno a rischio annegamento con l’alta marea) è molto meno brillante che nelle versioni classiche, sebbene ci sia chi abbia visto nel cavallo affondato una citazione dal finale di «Il pianeta delle scimmie» (1968) con la statua della libertà che emerge dalla spiaggia. Nell’episodio di Polifemo (mostro comunque molto ben reso e inquietante) Ulisse non gli dice di chiamarsi “Nessuno” per beffarlo: e non perché (è la scusa ufficiale di Nolan) nelle lingue moderne non sarebbe stato reso bene il fraintendimento, ma perché questo Ulisse manca della volontà di prendersi gioco di esseri umani e divini. Anche quello delle sirene è scialbo, molto più interessante nella versione di Camerini: https://www.youtube.com/watch?v=twIOKqXpBE8. E poi mancano gli dèi. Le divinità non erano presenti neppure in «Troy» (2003), discussa versione ispirata all’Iliade, e qui Zendaya non è la dea Atena: è la personificazione del conflitto interiore di Ulisse che le dà le sembianze di una ragazza che ha visto massacrare durante il sacco di Troia. Se gli dèi non esistono, sfidarli non ha senso. Fra l’altro la guerra di Troia era una sorta di guerra civile: Achei e Troiani adoravano gli stessi dèi, qui i Troiani non sono neppure menzionati, sono probabilmente il simbolo delle vittime delle guerre imperialiste americane. È una Odissea quindi molto umana, forse troppo: Nolan è un razionalista e come il suo Batman vive in una metropoli stile New York non in una città gotica come la Gotham City dei film di Tim Burton, nel film manca quasi sempre la sensazione di essere in un universo davvero diverso, alieno, come nella versione Rai o anche, parlando di un’altra narrazione epica, in «Excalibur» (1981) di John Boorman, splendido adattamento del ciclo arturiano. Nolan cita e rielabora: nel film c’è di tutto, da Star Trek (i viaggi di Ulisse come quelli in pianeti lontani dell’Enterprise) al western (la resa dei conti con i pretendenti, noti da chi ha studiato il poema come Proci) all’horror, con probabilmente alcune delle sequenze più interessanti del film, come i morti viventi evocati da Ulisse (fra i quali lo stesso Agamennone) o le inquietanti trasformazioni operate da Circe (Samantha Morton, qui una dimessa fattucchiera, non la seduttrice di molte interpretazioni più classiche). Nolan non ha ancora diretto un vero e proprio horror, sarebbe interessante vederlo alle prese con il genere. Nel finale c’è la sensazione malinconica della fine di un’era, come al termine del «Signore degli Anelli» (il romanzo di J.R.R. Tolkien e la trilogia cinematografica di Peter Jackson), ma sentire da Ulisse dire «la nostra età del bronzo è finita» sa di metanarrazione involontariamente umoristica come nei fumetti di Asterix, consapevole, lui sì, di essere nel mondo antico. Il film sta riportando gli spettatori al cinema, ha un grandissimo successo, è un autentico blockbuster, ma quella di Nolan è soltanto una delle tante possibili interpretazioni del poema, molto legata al nostro presente. Odissee disneyane