C’è qualcosa di profondamente grottesco nel modo in cui il pubblico contemporaneo si rapporta ai grandi eventi culturali. Prendete Odissea, l’ultimo monumentale lavoro di Christopher Nolan arrivato nelle sale di tutto il mondo. Da mesi non si parla d’altro: la pellicola in 70 millimetri, il cast stellare, la ricostruzione filologica e visionaria del mito omerico, l’hype pompato ad arte da campagne di marketing milionarie.
Eppure, nel momento preciso in cui il film calca i red carpet di mezzo pianeta una fetta considerevole di spettatori non pensa a comprare un biglietto per la sala Imax più vicina, quella che assicura un’esperienza immersiva senza precedenti, ma a come vederlo gratis sul divano di casa, possibilmente in alta definizione e con il doppiaggio italiano già pronto a poche ore dalla prima mondiale.
È su questo cortocircuito che si consuma il “caso Odissea”, trasformatosi in queste ore nell’ennesimo teatro d’incroci tra pirateria d’accatto e criminalità informatica. Il fenomeno è diventato d’impatto globale: migliaia di utenti, divorati dall’ansia di prestazione da social network per cui occorre aver “visto” e “commentato” l’evento del momento prima degli altri, si sono riversati sui motori di ricerca digitando combinazioni improbabili di parole chiave. Il risultato? Una trappola collettiva.











