Si va al cinema per vedere l’Odissea e si esce dal cinema senza aver visto l’Odissea naturalmente quella di Omero. Ma il paradosso è che se Omero fosse qui e avesse pubblicato adesso il suo poema, tagliato e ridimensionato dall’editor della casa editrice, sarebbe come la sceneggiatura di Nolan. Episodi essenziali, personaggi belli (anche quelli brutti) e bravi, riflessioni filosofiche tendenti allo zero. Ma una grandiosa spettacolarizzazione del mito che, perdendo la profondità dell’interpretazione, raggiunge una potenza evocativa straordinaria da tutti comprensibile. Nolan costruisce una grande epica basata su valori universali: l’amore fedele, il senso del dovere, la sacralità dell’amicizia, il coraggio, il disprezzo del pericolo. Su questa epopea John Ford ha inventato di sana pianta il western, Nolan il mito fondativo dell’Occidente. Il regista ha dichiarato (Vanity Fair) che la scena dell’incontro tra Ulisse e il suo cane Argo sia la migliore dell’intero film. C’è molto snobismo in questa dichiarazione, a cui probabilmente neppure il regista stesso crede, tuttavia è un esempio del modo in cui vengono esposti con immediata semplicità valori mitici di grande complessità: il cane, ovvero la purezza della fedeltà trattata con una fluidità narrativa che emoziona il pubblico disposto a commuoversi quando si toccano principi indiscutibilmente veri. Ma raccontati con un gigantismo di mezzi cinematografici eccezionali, che con la loro magnificenza travolgono il pubblico, il quale non ha tempo per riflettere se la scena sia sufficientemente profonda, banale o altro. Dunque, si va al cinema a vedere l’Odissea di Omero? No, ma si è totalmente immersi in quei valori, miti, principi che sono alla base della nostra civiltà occidentale, che finalmente qualcuno, con una maestria cinematografica straordinaria, ce li ricorda senza farci addormentare.