Se c’è un’“opera mondo” quella – va da sé – è l’Odissea, il poema epico che costituisce una summa straordinaria della condizione umana, e ha fondato il canone letterario occidentale. Di cui continuiamo a sapere ben poco, tranne la collocazione temporale intorno al VII secolo avanti Cristo, ma che sussurra in maniera impareggiabile, anche alle nostre orecchie, paure, ansie, aspirazioni, tormenti, desideri, orrori e grandezze del genere umano.Tramandata attraverso la tradizione epica orale, la narrazione del lungo e travagliatissimo periplo di Ulisse, come dicono gli antichisti, rimanda a numerosi elementi dell’età del bronzo, che viene citata proprio così (uno dei plurimi anacronismi...) nell’imprevisto campione di incassi di questi ultimi due mesi. Al punto che, in questa estate 2026, sembra di ritornare a quella discussione incessante che era tipica del cineforum («sì, il dibattito sì», per rovesciare la battuta nannimorettiana) proprio a causa de “L’Odissea” di Christopher Nolan. Un film potentissimo, che possiede tanti meriti, non ultimo quello di portare al cinema le generazioni più giovani, appena ritornate in sala per i fulminanti horror low cost “Backrooms” e “Obsession”, e ora ingaggiate nella scoperta dei racconti omerici e della mitologia ellenica.Di sicuro non è, e non voleva essere, un’esercitazione di filologia – e, peraltro, dato il passato remotissimo da cui provengono queste storie bisognerebbe capire quali sarebbero gli oggetti originari a cui tributare tale “fedeltà purista”. Come pure, altrettanto certamente, non si tratta dell’“Odissea” interpretata da Bekim Fehmiu e Irene Papas (da altri punti di vista, anch’essa bellissima), la mini-serie di sceneggiati mandata in onda nel 1968 dalla Rai, una delle tv coproduttrici.Il film di cui parliamo è una “parafrasi del poema”, ossia, in tutto e per tutto, la «Versione di Nolan» delle peregrinazioni di Odysseus: una sua reinterpretazione, un atto creativo, come, d’altronde, accade sempre per le traduzioni cinematografiche di un testo. Il regista della “Trilogia del cavaliere oscuro”, di “Inception”, “Tenet” e “Interstellar” ha realizzato la sua ennesima pellicola di rilievo: un immersivo kolossal autoriale che converte la materia sempre vivente dell’epica arcaica in un’analisi culturale del tempo presente. “The Odissey” è un grande spettacolo, e una figlia, poderosa e febbrile, della contemporaneità, resa possibile dal fatto che il poema omerico diventa, altresì, per la nostra sensibilità – per ricorrere alla categoria di una firma celebre di queste pagine, Umberto Eco – una formidabile “opera aperta”. Grazie anche a una sceneggiatura che sottende alla magnificenza visiva del film, e funziona come una macchina concettuale a tutti gli effetti, capace di afferrare il mito proiettandolo nello specchio scheggiato del presente, e in grado di obbligarci a fare i conti con la natura di fondo della modernità.Di qui – allerta spoiler! –, alcune decisioni e anacronismi che possono apparire discutibili, ma rappresentano altrettante espressioni della libertà creativa di Nolan e della sua intenzione di dare vita a una forma artistica di fruizione adatta ai giorni nostri: dallo spirito molto woke all’estetica postmoderna (tipicamente sua) e, a volte, fantasy; dall’Omero aedo nero che parla in slang a ritmo del rap all’armatura di Agamennone incrocio fra Batman e un robocop dark. Suggestioni che si rivolgono alla cultura pop e mainstream di questi anni per ricontestualizzare le tematiche eterne della condizione umana narrate per la prima volta dall’Odissea, agevolando così la fruizione dei contemporanei.Anche l’Ulisse di Nolan è discendente di Prometeo: in lui brucia il desiderio della conoscenza, la spinta a violare il confine, a travalicare il limite prescritto, ad andare oltre quelle Colonne d’Ercole che non sono soltanto una demarcazione geografica, ma il Dna stesso dell’Occidente fin (giustappunto) dalle sue matrici elleniche. È l’ossessione (poi faustiana) dello scoprire, del dominare, del piegare la natura attraverso la tecnica e i dispositivi, come il Cavallo ingannatore con il quale il re di Itaca supera un altro tabù: questa volta, però, quello della fiducia “sistemica” e dell’accettazione dei doni, alla base di un ordinamento etico più grande, la “legge di Zeus” e la norma dell’ospitalità dello straniero che garantiva la convivenza tra popolazioni differenti.L’astuzia immorale di Ulisse è la picconata che spalanca le porte al Caos, dopo avergli fatto penetrare quelle di Troia; e lui per primo dovrà espiarla col suo viaggio periglioso e con la calata dei Proci sulla sua dimora (“ospiti” fortemente indesiderati, e usurpatori). La trovata ingannevole di Odisseo è l’innesco e il detonatore di un’esplosione immane, la fine della civiltà mediterranea vagamente “armonica”, «basata sui palazzi e i commerci», fino ad allora conosciuta. Il crollo della tarda età del bronzo che si avvicina a passi da gigante (e da Polifemo): il film è pervaso da una profonda sofferenza esistenziale e da un senso di crisi e apocalisse imminente che, nel gioco dei rimandi con l’oggi, coincide con il declino dell’Occidente tra l’autocratico ed egotico regno fuori di sesto di Trump e le guerre in via di moltiplicazione. La minaccia, quasi metafisica, dei misteriosi e sempre evocati “popoli del mare” eversori dell’egemonia achea induce l’ex sovrano a domandarsi se, in verità, non siano un’anamorfosi di loro stessi.L’Ulisse palestrato di Matt Damon è l’individuo tormentato dal senso di colpa e che ha perduto la fede negli dei, intenti ad accanirsi contro di lui; colui che sarà devastato fino alla morte, invocata quasi come un sollievo, dal dubbio rispetto a quella che era stata la sua forza: il linguaggio (ovvero la techne che ci distingue dagli altri animali) perché sa essere manipolatorio e “distruttore di mondi”.Le parole, che sgorgavano dal petto di Odisseo – più basso e meno robusto dell’imponente Agamennone, alla cui prestanza e brutalità anche lui deve tributare devozione – «come fiocchi di neve in inverno», sono costitutivamente ambigue e ambivalenti. La nuova era di oscurità nasce dalla fine dell’idea della “parola d’onore” e della sua congruenza con gli atti successivi, ed è proprio l’astuto Ulisse a inaugurarla, sentendosi dannato per il resto dei suoi giorni. L’aspirazione prometeica, infatti, non è esente dalle zone d’ombra, e Nolan lo vuole ribadire ancora una volta. Qui si palesa una delle tracce più evidenti dell’autocitazionismo di cui il regista britannico intesse la propria cinematografia. Il Cavallo è la razionalità strumentale che si perverte, e i dubbi che tormentano Ulisse dopo il belluino saccheggio di Troia messa a ferro e fuoco grondano le medesime angosce e lo stesso sconcerto etico che attanagliavano il Robert Oppenheimer nolaniano nell’invenzione della bomba atomica.È la (macro) fisica del potere: esistono veramente un fine superiore e delle “cause giuste” che autorizzano a distorcere la realtà e a manipolare le persone? O sono soltanto travestimenti della volontà di potenza e della hybris disseminatrici di morte? Lì si innesca il crollo della civilizzazione, e lo smarrimento di Odisseo diviene la metafora di quello di tutti noi. Si tratta di quel medesimo trauma collettivo su cui, a ogni svolta d’epoca o di fronte alle grandi catastrofi della storia, si sono interrogati i filosofi.Nolan trasforma il viaggio di ritorno verso Itaca in un’allegoria dello smarrimento culturale e geopolitico della nostra epoca di policrisi. Odisseo si presenta come la metafora dell’uomo contemporaneo che dovrebbe inevitabilmente imparare ad accettare una libertà fondata sulla consapevolezza del limite. Le divinità della tradizione omerica si manifestano qui come personificazioni o maschere di Ananke e, a proposito di autocitazioni, l’Ulisse-Damon costretto a piegarsi alla Necessità spietata e impersonale che domina il cosmo ricorda da vicino il Cooper-Matthew McConaughey di “Interstellar”, smarrito nelle pieghe dello spazio-tempo con la mission (quasi) impossible di forzare le leggi dell’astrofisica (e dei buchi neri) per tentare di salvare l’umanità.Dopo avere sterminato eroicamente da solo i Proci, tra le grida liberatorie del pubblico delle sale, Ulisse si prepara all’esilio ed è visitato da una folgorazione malinconica: «Perché il canto sarà tutto ciò che rimarrà per ricordare noi, che sapevamo scrivere». In questo modo Nolan vuole, forse, rammentarci anche il tramonto della civiltà alfabetica nell’età dell’imperialismo digitale, dell’ipertrofia delle immagini istantanee e della datificazione. E ci piace pensare, così, che la sua Odissea sia un’elegia, certo critica ma ferma e non rinunciataria, dell’umanesimo e del razionalismo, le anime autentiche dell’Occidente, mitologicamente scaturite dalla mente dell’ingegnoso e “resiliente” Ulisse.
L'Odissea di Nolan parla di noi
Lo spirito woke. L’estetica fantasy. L’Ulisse Dillon palestrato. Non ha senso giudicare il film con le lenti della filologia. Il kolossal proietta il mito nello










