La prima volta, per tutto il tempo della visione, non ho smesso di domandarmi davanti alle evidenti e sorprendenti differenze se l’Odissea di Nolan possa davvero farsi apprezzare da chi non conosca per nulla l’Odissea di Omero, che del film è chiaramente la fonte.

Rivisto il film una seconda volta, questa domanda, anziché dissolversi davanti alla pur difendibile autonomia dell’opera cinematografica, è divenuta pressante, perché non riguarda semplicemente il conteggio delle cose cambiate o eliminate o aggiunte, ma tocca questioni essenziali come le origini del piacere estetico e l’istruzione che quel piacere veicola, il rapporto tra forme espressive diverse, la persistenza di certi esempi, la necessità delle trasformazioni e delle attualizzazioni, i diritti dell’interpretazione, l’importanza dell’antichità… L’importanza di Omero!

Io credo, alla fine, che chi ha una qualche familiarità con l’Odissea di Omero possa capire meglio l’Odissea di Nolan, così come credo che chi ha visto l’Odissea di Nolan possa tornare all’Odissea di Omero con occhi più attenti per cercarvi considerazioni sulla vita che ancora aspettavano (e aspettano) di essere colte. Credo pure che lo stesso Nolan ci spinga al confronto e se lo aspetti, affinché possiamo misurare meglio la bontà e l’audacia del suo racconto. In fondo, evocando confronti, non dico niente di strano. Qualunque opera nuova si comprende di più quando la si mette in rapporto con un’opera o più opere del passato, perfino opere che non siano servite da modello.