Sono molteplici le ragioni per le quali credo sia una buona cosa andare a vedere l’Odissea di Nolan con un figlio.

Ulisse è un eroe imperfetto. È debole, mancante, contraddittorio. Il suo arrancare mette in mostra la fragilità umana, le sue debolezze, le scorciatoie morali delle quali non può, e talvolta non vuole, fare a meno. Odisseo rappresenta quasi l’antitesi dell’uniforme e cupa ondata di machismo, di certezze assolute e di incapacità di dubitare che attraversa il nostro tempo e una parte delle persone che lo abitano. È innamorato di Penelope, ma sa che l’amore non può coincidere completamente con l’ideale. Perché, come insegna Lacan, quando ci si allontana troppo dall’ideale, l’amore non segue più. E bisogna riguadagnarselo. E infatti Odisseo prova vergogna nel tornare davanti alla donna che ha amato. Per questo teme, e non si svela se non alla fine. Perché?

Perché è stato violento. Vendicativo. Perché si è lasciato andare a una brutalità rozza e ha dimenticato alcuni degli assi portanti dell’essere umano: l’equilibrio con le forze del mondo che non vanno mai travalicate, il ricordo verso coloro che, anche a causa sua, sono morti. Per questo prova vergogna nel mostrarsi a Penelope. Si, vergogna, il sentimento grande assente nel nostro tempo. È un messaggio dissonante in un tempo violento, paranoico, spesso incapace di interrogarsi sulla propria colpa.