di Ilaria Muggianu Scano
Se lo sguardo di Christopher Nolan sull’Odissea non ha la pretesa di insegnarci a rileggere il capolavoro di Omero, ha certamente il merito di addestrarci a studiare lo sguardo dei ragazzi sul grande cinema.
Ho visto il film qualche giorno dopo la prima, in quel momento in cui chi assiste non lo fa certo spinto dal massiccio hype costato la bellezza di 125 milioni di dollari dei 375 investiti dalla produzione. Ho avuto la sensazione che tanti dei ragazzi abbiano, legittimamente, sfruttato il proprio bonus cultura, scelto un po’ il film che passava il convento, perché interesse se ne rilevava ben poco: uscivano ed entravano in sala in continuazione, compresi i momenti salienti della narrazione, sacrificando buona parte della visione. Una ragazzina si estirpava le sopracciglia con la luce del cellulare, una si pettinava mentre Sinone agonizzava, altre erano impegnate in un andirivieni con bibite e pop corn mentre il cavallo faceva irruzione a Troia.
Pensavo che del resto siamo nel paese in cui Manzoni è stato demansionato all’interno delle linee guida ministeriali, l’unico Premio Nobel donna per la Letteratura non riceve neppure un premio di consolazione fra le tracce dell’esame di stato – ex maturità, e davvero poco avremmo da mettere i puntini sulle “i” al buon tentativo di Nolan. No, non si tratta di adeguarci al consolatorio beati monoculi in terra caecorum, Nolan ha realizzato un capolavoro.













