C’è una cosa, rispetto all’“Odissea”, quel film sulla crisi dell’uomo del ventunesimo secolo che Christopher Nolan ha finto di trarre da un poema epico di trenta secoli prima, che penso ogni giorno da quando ho visto il film, cioè da due settimane.
No, non è il fatto che, avendo eliminato Nausicaa, Nolan ha trasformato Calipso, che faceva di Ulisse il suo toy boy, in una figura materna e accudente. No, non è neppure il fatto che dalla scena di Polifemo manca «il mio nome è Nessuno», cioè la più famosa battuta dell’“Odissea” – di quella che fin qui era “L’odissea”.
O meglio, sono tutt’e due queste cose, e la ragione per cui Nolan le ha cambiate, così come ha cambiato la relazione di Ulisse con Circe, cui manca solo lui dica «dai, ritrasformami veloce ’sti marinai che il film è già lungo così e non possiamo metterci tutto il pomeriggio». E no, la ragione non è che il film era già lungo.
La ragione è la ragione principale del successo del film, che non piace solo a quelli che ci tengono a farci sapere che loro alle medie hanno letto Omero e sanno trovare le piccole differenze, e a una minuscola minoranza (tra cui io) che perlopiù evita di dire che si è abbastanza annoiata fino all’ultima mezz’ora, quando finalmente non fa più finta di non essere un film di menare. In genere sto zitta perché quelli che ci tengono a dirti che non gli è piaciuto Nolan sono così noiosi, e hanno delle obiezioni così stupide, che non mi voglio mescolare.















